«Il mio Fahrenheit 451 è un ammaestramento»

Ronconi rilegge il testo di Bradbury che ispirò il film di Truffaut sulla letteratura come luogo della memoria

Ma davvero l'obiettivo dell'ultimo Ronconi è quello di correre dietro al cinema? Sembrerebbe di sì, stando non alle dichiarazioni sempre prudenti del nostro, ma alla prova dei fatti. Che, dal 21 aprile prossimo, dopo Lolita, spettacolo-monstre desunto dallo screenplay originale di Nabokov, e l'allestimento - poi rientrato - di Lola Montes ispirato al capolavoro di Ophuls, vedranno Ronconi impegnato nell'editing scenico di Fahrenheit 451, la più singolare delle opere di Truffaut. Ma lui, di fronte alla provocazione cinefila, si trincera nei suoi enigmatici sorrisi. «Anche se», gli dico per stuzzicarlo, «io le ripropongo: perché?». «Perché - replica lui - sia nel caso di Lolita sia nel caso di Fahrenheit non mi sono trovato di fronte alla sceneggiatura originale di un film ma allo scritto dell'autore. Lo sa o no che Fahrenheit è un mostro tricefalo?».
In che senso, scusi?
«C'è il romanzo di Bradbury, poi il film di Truffaut e infine la commedia, già portata in scena all'estero, che ne ha tratto lo stesso Bradbury. Il mio è il quarto sguardo che si posa su questa favola inquietante e anche incandescente».
Dato che il comune denominatore è la fiamma?
«Il fuoco è l'elemento scatenante sia del potere che brucia i libri considerati una minaccia per la pianificazione sociale decisa dall'alto sia di chi a quella società si oppone imparandone a memoria il contenuto dopo averne distrutto la veste editoriale. Non a caso l'assioma di Bradbury si riassume nella frase “un libro non letto è un libro che non esiste”».
Anche se l’idea di portare in scena il testo di Bradbury risale ad Elisabetta Pozzi, che ne sarà la protagonista, il progetto mi sembra in linea con Infinities il cui tema era dare una risposta all'universo che ci comprende...
«Ma là si discuteva del nostro futuro di creature mortali, anche se intelligenti! Mentre Bradbury ci parla di un avvenire che ormai ci siamo lasciati alle spalle. Con l'elettronica che regna nelle case come la lavapiatti».
Allora qual è la molla che l'ha decisa pro Fahrenheit?
«Oggi viviamo in un mondo che, pur non essendo ispirato al nazismo, ci impone di scordare il passato per vivere un allarmante tempo continuo. Al di là degli indispensabili effetti speciali, io vedo la scena coi suoi televisori a colori come un cartone animato: sappiamo tutti cosa ci si può aspettare dai messaggi propinati dalla Tv».
Non è curioso che mentre Ronconi mette in scena dei pompieri che bruciano i libri, Olmi nel suo Centochiodi mostri un Cristo che inchioda i volumi della dottrina dei nostri padri?
«Olmi cerca la verità nel profondo della coscienza religiosa di chi vive in contatto con la fede, è tutt’altra cosa».
Che rapporto c'è tra i personaggi del film - il romantico pompiere di Oskar Werner che, soggiogato dalla cultura, s'innamora della maestrina Julie Christie - e gli eroi del suo spettacolo?
«Truffaut è un sentimentale che proietta le sue figurine su uno sfondo di neve e betulle come un piccolo Tolstoi mentre Bradbury è uno scrittore di fantascienza che si muove in un futuro impersonale, quasi arido. Nel mio allestimento il triangolo che conoscete dal film, Montag tra Linda e la ragazza, si muta in un rapporto pedagogico, l'unico che mi sta a cuore».
Uno scenario in bilico tra 1984 di Orwell e Il mondo nuovo di Huxley?
«Il mio Fahrenheit è un ammaestramento, non un grido d’allarme».