"Mio figlio, clandestino, è primo in graduatoria"

Genova, una cronista del <em>Giornale</em> si finge un’ucraina senza documenti e iscrive facilmente il suo bambino alle materne. Chi non ha il permesso di soggiorno ha diritto a cinque punti
in più nella lista d’attesa e a non versare la quota, pagata
dalle famiglie regolari

Genova - Io, madre del piccolo Greghor, nell’arco di pochi minuti sono riuscita a sistemare il mio adorato figlioletto in una bella struttura scolastica, non lontana da Piazza Principe. L’ideale, visto che tra treni metropolitani, autobus di linea e metro, difficoltà a portare il pargolo a scuola, non ne avrei avute. Uso il condizionale perché non ho nessun bambino e la mia disperata ricerca di un posto in una scuola comunale genovese è una bugia. Piccola sicuramente, ma strumento utile per capire cosa accade quando una madre clandestina telefona o si presenta nei vari distretti scolastici per chiedere che suo figlio venga accolto tra i banchi di scuola.

Dunque, con tanto di passaporto dimenticato, senza permesso di soggiorno, senza identità certa o comprovata, io, Myriam Sputtin, ho varcato la soglia di un cancello di una direzione territoriale, sono salita al primo piano e ho chiesto informazioni. Più che parlare mi sono trascinata in un linguaggio a dir poco improvvisato e per alcuni tratti quasi teatrale. Mi sono finta semplicemente ucraina.

Infreddolita, sono stata accolta a braccia aperte. Mi hanno fatto accomodare e, con l’ausilio della gestualità, mi hanno chiaramente invitato a ripresentarmi la settimana prossima. Ma la signora in questione, alla fine, non mi ha mandata via a mani vuote. Così, con fare dolce e cortese, la gentile impiegata ha lasciato intendere che - pur non avendo nessuna identità - io in città non avrei avuto difficoltà nel trovare un posto dove mandare mio figlio a scuola. A meno che, le liste di attesa non siano già complete.

Sono le 14. Non mi arrendo e non intendo aspettare lunedì per avere conferme delle notizie appena ricevute. Inizio a tempestare i centralini di alcune scuole materne comunali. Qui il personale conferma esattamente quanto detto dalla signora. E mentre il ministro della Pubblica istruzione, Giuseppe Fioroni, avverte il sindaco di Milano Letizia Moratti: «Se i piccoli extracomunitari figli di clandestini non verranno subito ammessi negli asili comunali, niente contributi statali», Genova risponde con una gara di solidarietà nei confronti del «mio» piccolo Greghor.

«Parli pure con la signora. E qualora la scuola scelta fosse per la signora Sputtin troppo lontana dalla propria abitazione, cercheremo di trovarle una soluzione più consona», precisa una voce gentile dall’altra parte della cornetta. Attaccata al mio telefonino, questa volta ne ho detta un’altra di bugia. Mi sono finta un’amica italiana di Myriam Sputtin, l’ucraina in cerca di sistemazione per il suo bambino, e ho chiesto chiarimenti. Apriti cielo. Una valanga di informazioni, di cortesia e una vera e propria gara di solidarietà nei confronti di questa mia «amica immaginaria» a cui tutti avrebbero voluto trovare una soluzione. Addirittura c’è chi mi invita ad andare direttamente nel proprio ufficio per risolvere la questione. Purché ci vada anche io: «Con lei la signora Myriam potrebbe sentirsi al sicuro e a suo agio», conclude la voce amica. C’è chi infine mi spiega che per la mia amica c’è anche la possibilità di riempire in sede una dichiarazione Isee (che non deve ritirare neanche al Caf), e dichiarare che è senza reddito. Così facendo si ha diritto all’acquisizione di cinque punti per la graduatoria nella lista di attesa.

Non ci sto. Continuo a chiamare e mi accerto ulteriormente. E alla fine scopro che io, clandestina, ho diritto, visto che non ho reddito, non ho lavoro, casa e quant’altro, anche alla eventuale esenzione della quota fissa d’iscrizione (che ruota intorno ai diciotto euro). Chi invece lavora e possiede un reddito familiare superiore ai 35mila euro, l’iscrizione la paga, i buoni pasto anche. E soprattutto non ha diritto ad alcun punteggio. Zero punti in graduatoria.

Dunque, riassumendo, mi ripresento: sono Myriam Sputtin. Sono ucraina. Sono una clandestina. Non possiedo documenti e foglio di soggiorno. Ho a carico un figlio di appena tre anni e senza nessuna fatica, nell’arco di pochi minuti, l’ho già sistemato in un asilo comunale genovese. Ho cinque punti di accredito, diverse agevolazioni e non pago l’iscrizione. Non è male alla fine quest’Italia.