«Mio figlio paralizzato dopo un superspinello»

«Ora vogliamo sapere se potrà tornare a una vita normale»

Il figlio è su un lettino dell’ospedale Niguarda per una paraplegia diffusa. Non muove le gambe, fatica a stringere le dita delle mani. Rischia, forse per una notte folle, condita da uno spinello e da altro, magari alcol, di restare immobilizzato per sempre mentre il padre con tanto dolore ma altrettanta dignità racconta il suo punto di vista. Ha la voce pacata ma ferma, decisa. Non ci sta all’idea che il suo ragazzo sia presentato come un drogato, un giovane finito nel tunnel pieno di quelli che fumano spinelli, che giocano con la vita da spericolati. «Stiamo vivendo un dramma. Dovete capirci. Mio figlio è un bravo ragazzo. Non ci ha mai dato problemi». Tutti i giorni lui parla con i medici, vuole sapere, capire se Marco potrà un giorno riprendersi da una batosta così grande. Se potrà tornare a camminare, a una vita normale. «I dottori – racconta – non si sono ancora espressi e già scriverete che la causa di questa nostra tragedia è da attribuire alla droga. Fate in fretta a trarre conclusioni. Chi assicura che il mio ragazzo sta soffrendo perché ha fumato sostanze stupefacenti? Perché non potrebbe trattarsi di un’affezione congenita, di una malattia ereditaria? Del resto, tutti gli specialisti che ho interpellato mi hanno garantito che si trovano di fronte a un caso molto delicato e complesso. Una malattia tutta da accertare».
Sono le parole di un padre, in un attimo piombato nella disperazione. Dalle prime analisi effettuate nel sangue del ragazzo ci sono tracce di hashish potenziato. «È stata aperta un’inchiesta da parte della magistratura e attorno a mio figlio lavora un’équipe formata da diversi specialisti. Significa che prima di fare supposizioni e parlare di droga occorre attendere gli esiti di tutti gli accertamenti fatti e di quelli a cui il mio ragazzo sarà ancora sottoposto. Vi invito alla cautela». Quindi, «l’assenza di movimenti attivi alle gambe» non dipenderebbe con certezza dallo spinello. Il padre di Marco lo vuole gridare in faccia a tutti, eppure è disponibile, educato. «Certo, adesso il mio pensiero fisso è rivolto a mio figlio, in ogni caso non sono disposto ad accettare di leggere assurdità».
Impossibile tirare un parallelo con il caso di Dario, il quindicenne di Cusano Milanino, stroncato da una canna imbottita di cocaina il 16 maggio scorso. Lo studente, della 1ª A, durante l’intervallo, poco prima delle 11 aveva fumato il micidiale intruglio. Qualche minuto dopo, s’era accasciato sul banco, dentro l’aula dell’Istituto Carlo Emilio Gadda, di Paderno Dugnano.