"Il mio film attacca le intolleranze del passato"

Alejandro Amenàbar presenta <em>Agorà</em> e rivela che non c’è stata alcuna
pressione del Vaticano per frenare l’uscita della pellicola

Roma - Quando i film zoppicano, gli uomini del marketing preparano la gruccia. Così era fatale che Agorà (da venerdì in 200 copie), film peplum del cileno Alejandro Amenàbar, dai deludenti incassi francesi, spagnoli e greci, sbarcasse in Italia spinto dal venticello della polemica anti-Vaticano e, più genericamente, anticristiana. Non si sa mai, si saranno detti quelli della Mikado, capeggiati da Franco Tatò, contemporaneamente nel board della Casa distributrice e dell’Enciclopedia Treccani: il momento storico pare favorevole ai seguaci dell’illuminismo all’amatriciana, ammannito ai seguaci dell’ex-professore di liceo Piergiorgio Odifreddi, improvvisamente assurto a icona laicista.

Poi, però, succede che lo stesso Amenàbar metta in chiaro come la Santa Sede non abbia esercitato alcuna pressione per non far uscire la pellicola nel nostro cattolico paese. E, soprattutto, che lui, eclettico autore dell’oscarizzato Il mare dentro e di The Others è arrivato alla «pelicula per accidente». Cioè, per caso e non per volontà di puntare il dito contro i cattolici. Una cosa, però, è vera: in questo «sandalone» con Rachel Weisz nel ruolo di Ipazia, astronoma, matematica e filosofa della scuola alessandrina (370-415 d.C.), i cristiani fanno una pessima figura. Perché, man mano che si snoda il racconto di come Ipazia si torturasse, con la sua sete di sapere, sullo sfondo di lotte religiose tra ebrei e cristiani, questi ultimi bruciano libri, torturano, violentano e lapidano chiunque si opponga loro. Compresa la giovane erudita, che emerge dalla lontananza di sedici secoli, con Agorà (in greco antico: piazza), anche sceneggiato dal cineasta classe 1972. «Scrivendo il film, sapevo che avrebbe suscitato una polemica. Anche perché questo particolare periodo della cristianità non è mai stato raccontato. Dopo le reazioni del pubblico, a Cannes, mi sono concentrato di più sulla figura di Ipazia», spiega Amenàbar, dopo aver tagliato venti minuti del suo film, discusso sulla Croisette l’anno scorso. «Non si tratta d’una pellicola che offende i cristiani. Piuttosto, vi si denuncia l’intolleranza», prende le distanze l’artista, ieri dal coiffeur, mentre lo si aspettava all’Ara Pacis.

Si vedono i 50 milioni di euro, spesi per mettere in piedi, a Malta, una fanta-Alessandria, zeppa di quei cartoni colorati e new-age (e poi: enormi candele quadrate da party in piscina, tuniche ricamate) ai quali ci siamo rassegnati, dopo le serie mitologiche della Hbo? Fino a un certo punto: Ipazia se ne sta, per lo più, al centro della sua scuola, dove i discenti pendono dalle sue labbra. Quanto alle scene di lotta tra ebrei e cristiani, l’uso del digitale, dall’alto, fa pensare a Google Map. Sta di fatto che Ipazia, antesignana della scienza sperimentale, è creatura della quale si sa poco, malgrado la sua amicizia con Sinnesio, vescovo di Tolemaide e malgrado fosse figlia del matematico Teone (si veda, a proposito, il libro di Adriano Petta e Antonino Colavito, Ipazia, vita e sogni di una scienziata del IV secolo).

Dunque, non resta che romanzarne la vicenda. Come fa Agorà, che manda in giro una criminalizzazione di Cirillo, vescovo di Alessandria e mandante dell’assassinio di Ipazia, ritenuta donna scomoda (che dire del rogo delle pergamene della biblioteca di Alessandria, ascritto ai cristiani, equiparati ai nazisti del ’33?). Nei titoli di coda ci si stupisce che Cirillo sia Padre della chiesa e santo: «Molte cose le abbiamo inventate. Ma Cirillo, venerato come santo, ha avuto un comportamento crudele. Durante le mie ricerche, mi son reso conto del male che ha fatto, quand’era vescovo. Più vicina alla figura di Gesù Cristo è Ipazia, che amava dialogo e tolleranza», dice Amenàbar, che avendo studiato in un collegio cattolico, ora si dichiara ateo. Stando ad Andrea Cirla, manager Mikado, la commissione vaticana, che ha visionato Agorà in fase di doppiaggio, avrebbe avuto «una reazione un po’ stizzita». Fosse vero, magari sarebbe per la sua insopprimibile noia.