Mio fratello è morto. Lo guardo e mi chiedo: dove sarà adesso?

L’ultimo giorno, prima di entrare in coma, hai detto a una delle tue figlie: «Ti voglio bene. Ma adesso devo prepararmi». È stata lei a riferirmelo.
A me la sera precedente avevi mandato un bacio dal letto attraverso la porta chiusa. Ti eri portato le mani alle labbra e con le ultime forze avevi spalancato le braccia perché quell’addio sottinteso potesse superare la tua prigione di vetro nella divisione di ematologia. Avevi capito.
Ti hanno preparato in un quarto d’ora, Paolo. Un lenzuolo annodato intorno al viso ti serra il mento. Un altro ti fascia la nuca e le spalle. Un altro ti avvolge il corpo. Un altro ti copre fino ai piedi. Mi sembri una mummia o magari sono io che non riesco a vedere che cosa sei tornato a essere: un neonato in fasce.
Tasto delicatamente, con pudore, quel groviglio di teli bianchi. Cerco d’intuire dove ti hanno messo le mani. Lungo i fianchi? Incrociate sul petto? Adagiate sul pube, come certi Cristi deposti dalla croce? Non le trovo. È che vorrei tenerti per mano, come ho fatto dodici anni fa con papà. La mia mano, quel lenzuolo che separa i nostri destini, la tua mano ancora calda. Ma non c’è, non riesco a capire dove sia, e mi manca.
Il professor Vittorino Andreoli mi ha raccontato che anche lui stringeva la mano di suo padre bendata dal sudario. Chissà, magari è solo questo che tutti cercano in un morto: tenergli la mano un’ultima volta, per fargli e farsi coraggio, per meglio affrontare insieme l’ignoto di questo viaggio. Solo che poi nessuno va a dirlo in giro. Così tutti credono che sia una cosa specialissima tenere un morto per mano. Invece non lo è.
Ti hanno preparato come hanno potuto. Non sei nello sgabuzzino delle scope, quello no. Ma l’unica stanza di transito, prima di farti scendere dalla rianimazione all’obitorio, era il ripostiglio. E dire che siamo in un grande ospedale del Nord, dove la gente viene a farsi curare persino dalla Sicilia. È che per i morti non c’è proprio posto in questo mondo, devo essere io a dirtelo?
Così te ne stai qui, in sei metri quadrati, su un lettino da ambulatorio, assediato da tutto ciò che nell’ultimo anno avrebbe dovuto salvarti la vita. Infusori per le chemioterapie. Apparecchiature per gli elettrocardiogrammi. Parure verdi da sala operatoria. Piantane che reggono i flaconi delle flebo. Armadietti rigurgitanti di farmaci. E poi ci siamo noi, i tuoi fratelli, con tua moglie e i tuoi figli. Volevamo salvarti la vita e non ci siamo riusciti. Ci siamo dati il turno a tenerti la mascherina dell’ossigeno premuta contro la bocca, perché ce l’avevano raccomandato i medici, «deve respirare forte, fatelo respirare bene», e tu invece, nel marasma dell’agonia, avevi già fatto la tua scelta. Non volevi saperne di respirare, la allontanavi da te con gesti di stizza, quella museruola. Anche alla fine, quando sei rimasto per quindici giorni in coma, te l’hanno dovuta incollare al viso con i cerotti. Ora hai le guance segnate dalle ecchimosi di quell’ultima tortura.
Tua moglie ti accarezza la crapa pelata ed è come se affondasse ancora le dita nella chioma folta che gli ematologi, con i loro velenosi rimedi, ti hanno estirpato, bruciato. «Sta diventando freddo» mormora stupefatta. Ti tocco la fronte. Venti minuti fa eri ancora caldo. Ora sei solo tiepido. «Tre ore» dice il pietoso foglietto informativo che ci è stato consegnato dalla caposala. Potrai rimanere qui con noi non più di 180 minuti, Paolo. Il tempo di diventare completamente freddo. Con un po’ di fortuna, anche il tuo primogenito riuscirà ad avvertire l’ultimo tepore del corpo da cui è stato generato. S’è messo in viaggio da Milano. Speriamo che il treno sia puntuale. In un’ora e mezzo forse ce la fa. Altrimenti dovrà rassegnarsi ad aspettare fino al pomeriggio e verrà a baciarti giù, nella morgue. Ma allora sarai un monolito gelido, definitivamente privato della tua umanità, e ti avranno legato al dito la corda di un campanello, per 24 ore come impone il regolamento, nel caso improbabile che tu volessi risvegliarti. Magari lo volessi.
Già adesso si fa fatica a riconoscerti. Hai assunto le sembianze di persone che non esistono più. Uno dice che sei uguale al papà. Eppure fino a ieri avevamo tutti giurato che somigliavi di più alla mamma. Un altro suggerisce un’improvvisa affinità col nonno paterno: «Guardategli il naso. È lo stesso». Eppure da vivo ti avevamo sempre definito una goccia d’acqua col nonno materno. È come se la morte volesse restituirti le tue infinite e misteriose identità.
Sei solo un figlio d’uomo, Paolo, oppure qualcun altro ti aveva mandato fra noi? E ora che cosa sei diventato? Dove sei finito? Sei qui, ma è come se non ci fossi. Sei solo un sacco di visceri che non può reggersi in piedi. Sei roba da inceneritore, da cassa in zinco con valvole di sfiato, hanno voluto mostrarcele sul catalogo alle onoranze funebri, perché si pagano a parte. Eppure continuiamo ad amarti come persona. Perché? Che contraddizione è mai questa?