«Il mio futuro? Tornare a suonare come da ragazzo»

Studiavo al Conservatorio, ma non presi il diploma perché cominciai a suonare nei night con Berlusconi

Cesare G. Romana

da Milano

Lo studio di Fedele Confalonieri è vasto, lindo e spartano. Unico ornamento, alle spalle della scrivania, un grande pannello con le tre cantiche dantesche, riprodotte in caratteri minuscoli. «Perché a me piace anche Gozzano - ammicca il presidente Mediaset - ma Dante, bè».
Nulla parla di musica, nello studio presidenziale di via Paleocapa a Milano. Non ce n’è bisogno: quella, Confalonieri, ce l’ha dentro. Da sessantanove anni, «questa è la mia età. Cominciai a studiare il pianoforte prima d’imparare a leggere, allora ce n’era uno in ogni famiglia e in ogni osteria c’era un’orchestrina che, insieme ai ballabili, suonava l’Aida e il Nabucco. Così raggiunsi l’ottavo anno di Conservatorio, avevo vent’anni e suonai Bach, Scarlatti, Clementi, Chopin». E il diploma? «Non lo presi, avevo cominciato a suonare nei night. Avrei voluto portare l’Appassionata di Beethoven, la Fantasia di Schumann, i Quadri di Musorgskij. Ma non è mai troppo tardi: conto sulla pensione».
Nel frattempo si esercita.
«Quando posso, ma ci vorrebbe un maestro e molto tempo libero. Pollini studia otto ore al giorno, anche un calciatore deve allenarsi continuamente: se vai a donne tutte le sere non è che diventi Ronaldo».
Poi cominciò a suonare in giro.
«Negli anni Sessanta, su e giù per l’Europa. Avevo un gruppo, c’era anche Berlusconi che suonava contrabbasso e chitarra, e aveva una bella voce. Aveva preso un pianoforte in affitto e ci esercitavamo insieme. Ma non è vero che suonammo sulle navi: ci andò lui, io non volli seguirlo».
Il repertorio?
«Era un momento di svolte. C’era stata la generazione dei Villa e dei Tajoli, veri tenori di grazia, testi gozzaniani, melodie che attraevano anche Gigli, Bechi, Schipa come oggi Bocelli. Ricorda? “Va, serenata celeste/ celeste come gli occhi d’una donna”, roba così. Discendevano da Tosti, uno Schubert magari un po’ sdolcinato, ma che è pur sempre l’autore di Marechiare, Ideale e ’A vucchella, testo di d’Annunzio».
E poi?
«Poi arrivò il terzinato, i Platters, gli urlatori. E Bill Haley, il rock’n’roll. Poi c’erano i francesi: la Piaf, la Gréco. Ecco, ci attraevano questi due filoni, l’America e la Francia. Delle cose recenti ne so meno, sa, ho un po’ perso il filo».
E il jazz?
«Quella è arte, chiede orecchio assoluto, padronanza armonica, ritmo. Pensi alla Fitzgerald, Oscar Peterson, Benny Goodman, Stan Kenton, fino a Miles Davis. Il jazz ho cercato di portarlo al Manzoni con l’Aperitivo in concerto, ma per suonarlo non ero dotato: non basta la tecnica, bisogna elaborare».
La musica dei nostri giorni?
«Ne capisco poco: da Boulez a Springsteen, dovrei studiarci sopra. Arrivo a Stravinskij, Britten, alla semplicità di Messiaen. Schönberg fatico un po’ a farlo mio, preferisco il suo periodo pre-dodecafonico. Per dire: con l’arte occorre un approccio sensuale, non solo colto, o intellettuale. Così amo Picasso ma Warhol o Fontana stento a capirli: quei tagli nella tela, quelle fotografie ridipinte».
Ha apprezzato l’album di Apicella, con i testi del Cavaliere?
«Alcune cose sì. Si rifà alla tradizione degli anni Cinquanta, dopo tutto».
Lei è anche un mecenate: basta pensare alla Filarmonica.
«La creammo, col maestro Abbado, su invito di Badini, Sovrintendente della Scala. In vent’anni abbiamo avuto Muti, Maazel, Sawallisch, Giulini. Ma non amo parlarne: una grande storia, finita male».
Dev’essere stato esaltante, avere a che fare con tanti grandi artisti.
«Spesso sì. Ma dipende: a volte i sommi musicisti, umanamente, deludono. Liszt era un’ottima persona, Wagner era un figlio di buona donna, un mantenuto. Mozart era un genio ma un uomo leggero, si è giocato delle fortune».
I concerti della Filarmonica furono l’unica concessione alla musica colta, da parte delle reti Mediaset. Perché?
«In televisione la parola cultura non fa ascolto. Ma almeno il servizio pubblico, potrebbe fare qualcosa di più».
Si dice spesso che la sinistra, per la musica, ha fatto molto di più della destra. È vero?
«È una colpa della destra. Mettiamo pure che la sinistra, a volte, aiuti le arti in modo un po’ ruffiano, ma lo fa. Uno come Veltroni è realmente portato per la cultura: ho ascoltato con lui le Nozze di Figaro, e l’ho visto davvero appassionato. Del resto, non sono abituato a giudicare secondo le ideologie: Trotzkij fu un grande scrittore, e così Sartre e Aragon. Ma lo furono anche Pirandello, fascista, e Céline, nonostante le sue simpatie naziste. Vede, un tempo, con Silvio, frequentavamo il teatro. Amavo Strehler, ma Brecht e Weill mi esaltarono meno di La casa di Bernarda Alba, di Lorca, o di Arlecchino. Sa com’è, se l“impegno” prevale sull’arte, non va bene».
A proposito di politica, c’è chi sostiene che lo Stato dovrebbe sovvenzionare la discografia.
«No, il mercato deve vivere di mercato. L’artista cortigiano non esiste più, già Beethoven rifiutava di esserlo».
La musica ha un futuro?
«Vincerà. Dipende da tutti: la musica deve parlarti, ma tu devi fare uno sforzo per entrarci dentro. Forse c’è meno comunicativa, tra i musicisti e la gente, ma passerà. Il jazz, in questo senso, ha fornito un buon contributo».
Solo che l’industria ha finito per tramutare la musica in merce.
«È vero, ma vinceremo noi. Si tornerà al piacere di farla, la musica: è così che vorrei concludere la mia vita».
Però mancano i nuovi talenti, e non solo nella canzone.
«Non sarei così tassativo. Radu Lupu c’è. E uno come Pollini, dove lo mettiamo? Forse, oggi, si punta più alla tecnica che alla profondità, e allora Lang Lang ti lascia un po’ freddo, rimpiangi i Serkin, gli Horowitz, Richter, Geza Anda. Vede, io individuo due tendenze: il “gigione” che si serve dell’autore (Rubinstein) e il “sacerdote” che lo serve (Michelangeli, Giulini, Muti). O ancora: il tecnico puro, e quello che si lascia andare. Per me la musica è sentimento. È cuore».
Mi ha parlato delle sue predilezioni. Ce ne sono altre?
«C’è un filone spagnolo, o comunque latino, che oggi non va più di moda, ed è un peccato: De Falla, Albeniz, Granados, Villa Lobos. Gente che riprendeva il folklore, rielaborandolo con armonie raffinatissime. Poi Addinsell, il Concerto di Varsavia: ricorda Malaparte? Dice, nella Pelle: “Sentii un brano che sembrava Chopin e non lo era”. E Gershwin: un genio, sia nelle canzoni, sia nelle opere sinfoniche. È come Ciaikovskij, ti coinvolge subito, c’è orecchiabilità, melodia, passione».
E la canzonetta?
«Non sottovaluto nulla. La canzonetta ti fa ballare, asseconda la tua gioventù. Ma invecchiando diventi selettivo, la musica leggera ti seduce un po’ meno, la collochi in una gerarchia e sui piani alti c’è altro. Bach, per esempio: non scade mai, è d’impatto immediato ma dura per sempre».
C’è qualcosa che lei non sopporta?
«Le discoteche. Tempo fa Silvio, con sua figlia Marina, mi ci portò. Eravamo alle Bermude, scappai dopo trenta secondi».