Il mio «Gioco perverso» scomparso chissà dove

Forse il mio film per la tv, Gioco perverso, giace al cimitero di Musocco, a Milano, accanto alle tombe di Osvaldo Valenti e Luisa Ferida. Andò in onda quasi quindici anni fa su Raidue, un 8 settembre, con tutto il corredo storico che la data trascina con sé, raccogliendo un grande ascolto e ottenendo buone critiche. Da allora: scomparso. Me lo ricordano soltanto i bollettini della Siae, secondo i quali il film è stato venduto all'estero. E l'Italia? Non so, a parte qualche premio ottenuto e qualche appassionato di cinema che mi chiede dove trovare copia del mio libro che aveva generato la pellicola. Ma un ricordo è indelebile: la fatica per fare accettare il tema e passare alla realizzazione. Più di una scalata dell'Everest: come uno sherpa mi sono dovuto inerpicare su enormi diffidenze e ostilità.
Tutto cominciò quando, dopo aver realizzato i documentari Il castello di sabbia (sui divi italiani e tedeschi degli anni Trenta) e Tornerai (sul cinema e lo spettacolo durante la seconda guerra mondiale), parlai della vicenda dei due «attori maledetti» a Massimo Fichera, direttore di Raidue, che si disse molto interessato. Tuttavia, non tardai a capire che gli intoppi erano imputabili a una situazione di dissenso nei vertici aziendali, soprattutto fuori dall'azienda. La storia faceva paura. Eppure l'avevano raccontata scrittori come Lualdi, Bracalini, Del Buono, Fofi. Faceva paura la storia di quei due divi del cinema finita tragicamente nel periodo che Claudio Pavone ha analizzato in La guerra civile. La stessa realtà che Giampaolo Pansa ha documentato anche di recente. Ma la paura era tale anche perché quella storia, una volta sul piccolo schermo, avrebbe potuto aprire in pubblico una riflessione su verità indiscutibili affiorate in una ricerca meno schematica, che tendeva e tende a proporre la necessità di una memoria condivisa, come si dice.
Ci furono politici che alzarono la voce, pronti a censurare e proibire. Per smuovere il macigno occorsero la pazienza e soprattutto la tenacia di dirigenti Rai, del produttore, di alcuni attori e collaboratori. Con le unghie e con i denti arrivai alla sceneggiatura, di cui era stato supervisore per amicizia il grande Rodolfo Sonego, e dopo altre mesi di sofferenza si giunse al primo ciak. Eravamo stremati. Ma non è lo sforzo che ricordo, bensì i silenzi carichi di sospetto, i pregiudizi, le sfide di chi non voleva Gioco perverso, per il solo fatto di raccontare un fatto accaduto in anni tremendi, nel declino e nella fine del fascismo: una voglia di cecità e di condanna aprioristica rispetto a un progetto che «non» si doveva fare...