«Il mio Grifone anni ’60»

L’altro calcio, quello degli anni Sessanta, quando si giocava davvero un bel calcio, quando c’erano i numeri «Dieci», quando le tattiche avevano un senso relativo e la fantasia si sentiva padrona del campo.
Uno dei protagonisti di quegli anni, indimenticabile, fu un tal Marcos Alberto Locatelli, detto «Chico».
Perché Chico?
«Fu l’indimenticabile Santos - ricorda oggi Locatelli - a darmi quel soprannome. Fu lui a portarmi in Italia, al Torino. Era il 1961».
Tre anni in granata, poi al Genoa...
«Sì, cinque stagioni importanti che non dimenticherò facilmente. Fu sempre Santos ad allenarmi, quando anche lui arrivò al Genoa. Purtroppo un incidente automobilistico gli fu fatale».
Chi furono i tuoi altri allenatori?
«Ricordo Campatelli e Amaral, uno che tentava già allora di portare in Italia la “zona”».
A proposito le tattiche, allora, funzionavano poco.
«Vedi allora il gioco era meno veloce di oggi. Un grande giocatore dotato di classe poteva giocare “da fermo” e illuminare egualmente il gioco dei compagni. Oggi non è più possibile».
Tanto è vero che i numeri “10” sono scomparsi...
«Proprio così. Io giocavo bene, ero considerato un giocatore classico, ma segnavo anche abbastanza».
Infatti, in cinque stagioni, una di B, al Genoa hai segnato 27 reti. Con 114 presenze.
«In effetti non giocavamo male. Siamo anche scesi un anno in serie B, ma nell’insieme eravamo una bella squadra».
Oggi Locatelli vive nel cuore del Centro Storico. Con la moglie, un figliolo e un nipotino scatenato che veste per tutto il giorno la maglia rossoblù con scritto Diego Milito. Anche lui, il piccolo, si chiama Diego. Locatelli, dopo aver chiuso con il Genoa, era il 1968, è rimasto a Genova. Sì - dice - perché ho amato troppo il calcio e ho voluto continuare allenando squadre minori. Ancora oggi sono in attività».
Chico, raccontami, come era la vita del calciatore negli anni Sessanta?
«Non pensare ad una vita spregiudicata come quella che fanno oggi molti calciatori».
Ad esempio le vallette, le schedine, la bella vita, i locali notturni, le escort, capisci...
«Guarda, allora questi nomi non c’erano. Quelle “certe” signore si chiamavano... col loro nome. Ed anche noi (non io che ero sposato da tempo) utilizzavamo, si dice così, i loro servizi...».
Guadagnavate bene?
«Niente di particolare. Non ci siamo arricchiti. Ricordo che il più pagato era Meroni, gradissimo talento. Due o tre milioni a stagione era la media».
Perché non te ne se sei tornato a Mar de La Plata?
«Perché vedi, Genova ha molto di quelle nostre terre, mare, sole, gioia di vivere. Torno ogni tanto, ma qui mi sembra di vivere come in quelle spiagge, dove sono nato».