«Il mio Guerrieri, eroe nella normalità»

Con «Ragionevoli dubbi» Gianrico Carofiglio guida le classifiche di vendita. «Non sostengo tesi. Spesso capisco ciò che volevo dire solo dopo averlo letto»

Ragionevoli dubbi, quarto romanzo di Gianrico Carofiglio (Sellerio, pagg. 300, euro 12) e terzo di quelli dedicati all’avvocato-detective Guido Guerrieri, è primo nella classifica della narrativa italiana e primo nella top-ten assoluta delle vendite librarie.
Carofiglio, come si sta in vetta?
«Abbastanza bene. Provo un po’ di vertigine, una leggera sensazione di ubriachezza piacevole, una certa euforia».
Il segreto del suo successo?
«È una di quelle domande cui non so e non voglio rispondere, perché il rischio è quello di fare la figura di chi si parla addosso. Non amo l’autocompiacimento, la mancanza di autoironia, in me e negli altri. E poi detesto la parola successo».
Con quale la sostituirebbe?
«Fortuna, ma non nel senso di vincita alla lotteria. Nel senso classico della parola. Stupore, per aver scoperto in me capacità che pensavo di non avere. Divertimento. Rivelazione di un mondo di opportunità».
Lei è pubblico ministero a Bari. Da bambino voleva fare il magistrato, lo scrittore o che altro?
«Lo scrittore, da sempre. Fin da piccolo scrivevo storie e romanzavo la realtà».
In che senso?
«Ogni volta che mi dicevano qualcosa, un fatto, un segreto, lo raccontavo in giro, romanzandolo. E ciò mi creava qualche problema».
In questo libro Guerrieri, uomo di sinistra, difende dall’accusa di traffico di droga Fabio Paolazzi, negli anni Settanta noto come Fabio Raybàn il picchiatore fascista...
«Non scrivo per sostenere tesi, spesso mi accorgo di aver capito che cosa volevo dire soltanto dopo averlo letto. Ma sapevo fin dall’inizio che questo spunto iniziale (Guerrieri che difende Paolazzi-Raybàn) era una forma di ribellione contro categorie banalizzanti: fascista/comunista; cattivo/buono; destra/sinistra; nero/bianco. Guerrieri si muove nella zona grigia in cui lui e Paolazzi possono scoprire di avere passioni in comune, come il jazz».
Come nasce Guido Guerrieri?
«Mi si è presentato davanti, compiuto, un pomeriggio del settembre 2000, dopo un’estate difficile, sul crinale tra il “vorrei fare lo scrittore” e il “avrei voluto fare lo scrittore, ma...”. Terminai Testimone inconsapevole nel maggio 2001».
Lei ama le citazioni...
«Quello delle citazioni è un gioco delicato: la citazione serve se fa camminare il personaggio o la storia, altrimenti è sterile. Il grande filologo Giorgio Pasquali parlava di arte allusiva: il piacere della lettura di un testo che allude a un testo del passato e il piacere di scoprire i legami».
Torniamo a Guerrieri, avvocato a Bari, autoironico, pasticcione con le donne, intuitivo...
«Lo considero un eroe. Un eroe della normalità, normale, “riluttante” come l’ha definito un critico. Un po’ come il Philip Marlowe di Chandler».
Chandler è uno dei suoi autori di riferimento?
«Non ho autori di riferimento. Leggo di tutto e prendo qualcosa da tutti».
Il prossimo libro sarà sempre sulle avventure di Guerrieri?
«No, perché non è un personaggio seriale e i miei non sono libri di genere. Li considero piuttosto, e i lettori con me, romanzi di formazione. Ho molti altri progetti su cui lavorare, tra cui la sceneggiatura di Il passato è una terra straniera, che diventerà un film diretto da Daniele Vicari, mentre prossimamente la Rai dovrebbe programmare i film-tv tratti dalle prime due storie di Guerrieri, con Emilio Solfrizzi, diretti da Alberto Sironi».