"Il mio incubo d’amore con Saddam"

In un libro pubblicato in Svezia, la donna che fu l’amante del dittatore
iracheno per 34 anni racconta la sua storia di passione e violenze. Nel
2000 le disse: "La nostra relazione deve finire. Ma dopo di me nessuno
ti avrà"

Iniziò in una notte di passione, e diventò un incubo lungo 34 anni. Fino a quell’ultima sera quando lui le disse: «Dobbiamo finirla, ma nessun altro dovrà più toccarti». Fu l’ultima volta di Saddam e Shaqra, la notte in cui Shaqra «la Bionda» - come la chiamava lui - capì che doveva fuggire, lasciare per sempre quella Bagdad maledetta dove lei era una cortigiana prigioniera e sua figlia un giocattolo sessuale alla mercé di Uday, il primogenito psicopatico del dittatore.

Oggi quella storia di passione e violenza, terrore e schiavitù rivive in un libro pubblicato in Svezia e intitolato La Mia vita con Saddam Hussein. Parisoula Lampsos, la preferita del defunto Saddam Hussein, è riuscita a pubblicarlo otto anni dopo la fuga dall’Irak e quattro dopo l’esecuzione del suo amante-padrone.
La saga inizia una sera d’estate del 1968, quando la 16enne Parisoula, figlia di un ricco ingegnere petrolifero libanese d’origini greche si ritrova a una festa in una sontuosa villa di Bagdad. Girando tra tavoli e divani mentre l’orchestra suona Strangers in the night, Parisoula incrocia lo sguardo di un giovane ufficiale in completo blu e camicia bianca. «Aveva occhi dorati e profondi, era un vero uomo e mi attraeva irrefrenabilmente», ricorda Parisoula. Il giovane Saddam è meno romantico, ma sa quel che vuole. Mentre lei gli sviene ai piedi lui le sussurra un impegno da camionista: «Stasera sarai il bocconcino del pescatore». Poi si volta verso il fratello Barzan e mette tutto in chiaro. «Non provarci, questa è mia». Da lì alla stanza da letto il passo è breve. Ed anche la storia potrebbe esserlo. Il papà di Shaqra, preoccupato dai modi di quel giovane leone del partito Baath, rispedisce a Beirut la ragazzina sedotta e inebriata. Ma quattro anni dopo un destino beffardo la riporta a Bagdad. La giovane libanese ha sposato Sirop, un ricco commerciante armeno cristiano e gli ha dato due figlie. Ma il giovane Saddam, diventato nel frattempo vicepresidente, non ha dimenticato. Così lo sfortunato Sirop si ritrova in prigione con tutti i beni sequestrati. Nel frattempo Ali Suedi, l’avvocato della famiglia Saddam, suggerisce alla «Bionda» di convertirsi all’islam, divorziare dal cristiano e attendere un gesto dell’uomo forte del Paese. Le regole da quel momento le detta il rais.

La prima prevede che Shaqra si risposi con un marito di copertura scelto dallo stesso Saddam. La seconda le impone di non dire mai no. E Shaqra obbedisce. Notte dopo notte, settimana dopo settimana, anno dopo anno. Anche quando gli occhi dorati del rais sono per mesi uno sbiadito ricordo. In teoria non può lamentarsi. Vive in una villa attigua a un palazzo presidenziale, occupa i posti riservati all’aristocrazia di regime, ne condivide agi e ricchezza. In cambio deve solo obbedire. Anche quando un fine settimana del 1987 Uday, il figlio sadico del dittatore di cui è la segretaria privata al Comitato olimpico, le chiede di accompagnare a una festa sua figlia Aliki, allora appena 15enne. Shaqra ha sentito le voci sulle decine di ragazze violentate da quel figlio sadico, ma obbedisce anche quella sera. Poi attende in piedi fino a quando Aliki ritorna umiliata, seviziata, insanguinata. «Mi sentivo violentata anch’io, ma in fin dei conti lavoravo per lui e dormivo con suo padre. Quello era il prezzo della mia vita da cortigiana». Continua a passare le notti con il rais ad ascoltarlo quando, tra una bottiglia di whisky e una dose di viagra, le racconta d’essere «il nuovo Saladino» e di «voler esser ricordato per mille anni».

La maledizione e la schiavitù che neppure l’umiliazione e l’amore filiale riescono a infrangere si spezza sotto i colpi della paura dopo quelle tre frasi sussurratele nell’ultimo incontro con il rais. «Shaqra questa storia deve finire non so ancora come, ma so - sibila lui una notte del 2000 - che dopo di me nessuno dovrà averti». In quelle frasi la «Bionda» legge la propria condanna a morte e l’ineluttabile necessità di fuggire. Eppure ancora oggi scrive di non aver dimenticato l’odore delle gardenie di Bagdad, le note di Strangers in the night e lo sguardo dorato di quel dittatore che le spezzò il cuore e la vita.