IL MIO J’ACCUSE

L’affare Litvinenko cresce e lievita, minacciosamente. L’Italia, come al solito, è il fanalino di coda. Silenzio ufficiale quasi assoluto. Non vorrei che questo silenzio diventasse, come dire, silenzio-assenso. Quando ho concluso i lavori della Mitrokhin la stampa internazionale, prima di tutto le televisioni, hanno dedicato più di duemila interviste principalmente televisive ai risultati raggiunti, che hanno fatto il giro del mondo.
In Italia zero. Derisione e silenzio. Salvo che su questo Giornale e su Libero. Anche dal Foglio di Ferrara, derisione e silenzio. Sembra che Santa Madre Russia abbia figliato un po’ dovunque nell’ultimo mezzo secolo.
Il calvario del povero Litvinenko, una tortura immane durata tre settimane sotto la devastazione del polonio prodotto in laboratorio, ha riacceso qualche candela, niente fari. Prima di lui quello della Politkovskaia a Mosca. I miei morti, le morti di coloro che in modo terrificante o misterioso sono scomparsi, aumentano. Rimpiango di non aver avuto la forza di imporre una ben diversa inchiesta sul decesso del colonnello Bonaventura pochi giorni prima di venire a deporre davanti alla Commissione. Rimpiango di non aver urlato per la scomparsa dell’agente Strelkov, il cui nome fu pronunciato in Commissione Mitrokhin e che lo bruciò portandolo, come mi dissero gli uomini dell’intelligence, «due metri sotto terra». Rimpiango di non aver gridato per l’assassinio di Anatoly Trofimov, generale del Fsb russo, superiore di Litvinenko che sconsigliò di venire in Italia perché «l’Italia è il nido degli agenti sovietici ieri e russi oggi, e dove il nostro uomo di fiducia ­ our man ­ Romano Prodi è alla guida del governo europeo». Rimpiango di non essermi incatenato davanti alla Rai per la vergogna della seduta spiritica con cui lo stesso Romano Prodi dimostrò di sapere dove si trovava il quartier generale delle Brigate rosse ma riuscì a fare in modo che le forze di polizia invece di andare a via Gradoli andassero a Gradoli paese, sicché i brigatisti si eclissarono. Rimpiango di non essermi incatenato davanti alle televisioni pubbliche e private quando gli ungheresi ci trasmisero le prove che alcuni brigatisti rossi, fra cui Savasta, erano perfettamente integrati nel sistema terroristico e militare sovietico attraverso la rete «Separat» gestita dalla Stasi e guidata dal terrorista Carlos, sotto il controllo generale del Kgb a Berlino Est.
Ma tutto ciò è negli atti, nella relazione, nelle denunce presentate alla magistratura e seppellite nella sabbia.
Io oggi accuso. Io accuso prima di tutto la mia parte politica di non aver mosso un dito, di non aver emesso un fiato, di essere rimasta attonita e impassibile, soltanto perché ­ presumo ­ Vladimir Putin si trova al centro di molti sospetti. Con i miei occhi ho potuto constatare che la Russia di oggi mantiene, unico fra i Paesi civili e democratici, oltre la rete di intelligence accreditata per via diplomatica, anche reti di agenti illegali, compresi quelli del Gru che fino a poco fa il governo di Mosca giurava che non esiste più da anni. Putin ha da poco inaugurato la nuova sfolgorante sede, simbolo del servizio segreto militare sovietico, il pipistrello. Azzeccatissimo.
Oggi leggo anche sui giornali britannici, The Guardian in primo luogo, informazioni da cui si dedurrebbe una lista nera di gente da assassinare o da intimidire e che costituirebbe, nelle fantasie dei circoli oltranzisti di Mosca, il partito «antirusso». Questa è paranoia allo stato puro. Ma adesso devo rivolgermi personalmente a Silvio Berlusconi che già ieri ho chiamato in causa: anche se Romano Prodi è da trent’anni il «darling» di Mosca, con la società Nomisma in joint venture con l’istituto Plehanov che era la branca economica del Kgb, nell’immaginario, e non soltanto nell’immaginario degli italiani, il vero amico di Vladimir Putin è Silvio Berlusconi. Io ho sempre difeso questo marcato sbilanciamento verso il premier russo con la ragion di Stato: bisognava trattenere la Russia ancorata all’Occidente, e non lasciarla carrellare verso la grande Asia cinese. E va bene: l’ho scritto, detto e ripetuto, ma non basta. Il silenzio del Presidente di Forza Italia ed ex (e futuro) Presidente del Consiglio italiano, comincia a impressionare. Silvio Berlusconi tace mentre il governo alleato ed amico dell’amico e alleato Tony Blair è furioso con Mosca e con Putin.
Circolano accuse circostanziate secondo cui sicari russi se ne vanno in giro ad ammazzare la gente, persino spargendo polonio 210 radioattivo in un Sushi Bar di Piccadilly Circus a Londra. Il governo di Sua Maestà è furibondo. Scotland Yard indaga, Berlusconi per ora tace mentre sarebbe il caso che parlasse. A proposito di Scotland Yard, una notizia: il mio ex collaboratore Mario Scaramella ha ricevuto una telefonata dallo «Special Branch» della polizia britannica in cui gli è stato comunicato che nessuno a Londra sta indagando su di lui, Scaramella. Semmai sono preoccupati, a Londra, per la sua salute, e gli hanno consigliato di farsi visitare in una speciale struttura sanitaria capace di verificare la presenza di polonio. Scaramella ha dato la sua piena disponibilità a fornire agli inquirenti, come aveva già fatto, tutti gli elementi utili per ricostruire quel che avvenne il 1° novembre a Londra e per avere la certezza di non essere stato contaminato.
Questa è dunque l’ora in cui i nodi cominciano a venire al pettine. È un momento estremamente delicato ed è essenziale schierarsi. Sembra che davvero a Mosca siano convinti che sia arrivata l’ora di «spezzare le reni» alla dissidenza interna e intimidire quella estera. Io non sono un dissidente russo e meno che mai faccio parte di un inesistente «partito antirusso» che sarebbe, nelle fantasie di alcuni paranoici professionisti in questo tipicamente russi, collegato con circoli reazionari e guerrafondai, come ai bei tempi di Breznev, per non scomodare il solito Stalin.
Vedo anche che Fabrizio Cicchitto, seguendo una intelligente provocazione del mio amico professor Francesco Perfetti, direttore di Nuova Storia Contemporanea, accompagna la richiesta del professor Gianni Donno affinché tutti i documenti segretati siano resi pubblici. Questa secondo me è una posizione giusta, ma che non fa i conti con la legge: la legge dice che i documenti classificati (cioè segreti) non sono disponibili a meno che l’ente da cui provengono, questure, prefetture, ministeri, non li liberino. Né la storia, né le inchieste parlamentari si fanno con colpi di mano, la mascherina nera sugli occhi. Occorre prima di tutto che la parte politica che dice di volere non banalmente la libertà, ma la libertà nella verità, si decida a dire da che parte sta in questa lurida storia di Litvinenko e delle liste di proscrizione che a quanto pare mi onorano includendo anche il mio nome. Questa è l’ora della gente con la spina dorsale dritta, non degli struzzi.
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