"Il mio lavoro? Scrivo film e sceneggio libri"

Jean-christophe Grangé è uno degli autori francesi di maggior successo. E ogni suo romanzo che
diventa pellicola sbanca anche ai botteghini. Il perché? "Non uso mai
personaggi seriali e sono rimasto un reporter. Per questo piaccio a
produttori e pubblico"

Da ormai quindici anni il suo nome in Francia è sinonimo di bestseller e blockbuster. Infatti tutti i romanzi pubblicati da Jean-Christophe Grangé hanno sbancato non solo le classifiche di vendita in libreria ma si sono trasformati o si stanno per trasformare in kolossal cinematografici che hanno permesso al thriller francese di sbarcare all’estero con grande successo.

Grangé con storie come Il volo delle cicogne, I fiumi di porpora, Il concilio di pietra, L’impero dei lupi, La linea nera, Il giuramento (tutti editi in Italia da Garzanti) ha dimostrato di non essere secondo agli onnipresenti narratori anglosassoni e statunitensi in fatto di trame a base di serial killer, sperimentazioni genetiche, elementi soprannaturali, sette sataniche e folli gruppi di terroristi. E dal canto suo il cinema francese ha confezionato su trame dell’autore parigino pellicole da esportazione dense di azione come I fiumi di porpora, L’eletto, Vidocq e L’impero dei lupi, affidandole di volta in volta a talentuosi registi come Matthieu Kassovitz, Pitof, Chris Nahon, Guillaume Nicloux.

«Sono uno scrittore molto fortunato - confessa Grangé stesso di passaggio in questi giorni in Italia per il Festival “A qualcuno piace giallo” - il mondo del cinema ha cominciato a coccolarmi fin dalla pubblicazione del mio primo romanzo Il volo delle cicogne, anche se all’epoca non posso dire che il mio libro fosse stato esattamente un bestseller. I produttori sostengono che le mie storie sono perfette per essere portate sullo schermo anche se spesso decidono di non rispettare quasi mai l’andamento originale dei miei romanzi e si divertono ogni volta ad affidare la realizzazione dei film a quelli che considerano i più talentuosi e moderni registi che si affacciano sul mercato francese. Mi sembra quasi che ogni volta debbano sperimentare sulle mie storie molte delle innovazioni che la tecnologia loro permette, portando spesso al cinema un linguaggio che è quello dei videoclip e dei videogiochi. Il cinema ha sempre bisogno di storie nuove originali. Sono orgoglioso che ogni volta mi chiedano di portare al cinema un mio romanzo perché vuol dire che trovano che quello che scrivo sia interessante. A volte i film tratti dai miei libri non hanno funzionato in Francia, e questo avrebbe dovuto comportare che i produttori mi cancellassero dalla loro lista e invece fino ad oggi non è mai successo, perché sono convinti che ogni volta io offra loro suggestioni degne di essere portate al cinema».

È vero che il suo ultimo romanzo «Miserere» è nato come ideale seguito del «Maratoneta»?
«Sì. La rivista Cinélive aveva chiesto a me e ad altri autori di realizzare la possibile sinossi del seguito di un film che avevamo particolarmente amato e io ho scelto di scrivere Il maratoneta 2. Trovo che il film originale di John Schlesinger con Dustin Hoffman ma anche il romanzo di William Goldman abbiano un ritmo incredibile e mi piaceva l’idea di ipotizzare la presenza di una nuova comunità di nazisti in Cile come quella che ho raccontato in Miserere ed esplorare così il loro allucinante mondo. Siccome però avevo scritto questa breve sinossi per puro divertimento e l’avevo dato gratuitamente alla rivista il mio editore Albin Michel mi ha subito detto che era una storia meravigliosa e non potevo non trasformarla in un romanzo».

Perché è arrivato a sviluppare la storia proprio intorno a un tema musicale?
«Io scrivo sempre ascoltando musica e nel mio precedente romanzo Il giuramento mi ero trovato ad occuparmi di sette religiose e diaboliche e così mentre lo scrivevo ho ascoltato ore e ore di musica sacra. Fra i pezzi che di più mi avevano colpito durante quei momenti c’era proprio il Miserere di Gregorio Allegri. Le voci così pure e incantevoli dei fanciulli che cantano quel pezzo mi avevano stupito e incantato. E avevo subito pensato che ci potesse essere qualcosa di misterioso e arcano dietro quelle voci angeliche. Non sapevo quando ho scritto il mio libro che l’esecuzione del Miserere fosse stata proibita per un certo periodo dalla chiesa ma percepivo che qualcosa di spaventoso potesse nascondersi fra quelle voci, qualcosa di mortale capace di trasformare quegli angeli in assassini. La purezza secondo la religione viene raffinata dal castigo, io ho solo immaginato quanto potesse essere pericolosa. I bambini di cui parlo io hanno la purezza dei diamanti più perfetti. Apparentemente sono senza difetti, imperfezioni, ombre ma la loro voce può essere più affilata e pericolosa della lama di un coltello».

Come è riuscito a mescolare in unico romanzo il tema gli eccidi avvenuti in Cile e quello del genocidio armeno?
«Prima di diventare uno scrittore di thriller sono stato per molti anni un reporter che ha svolto inchieste in tutto il mondo e, ogni volta che posso, per i miei romanzi faccio proprio riferimento a questa mia passione investigativa e documentaria che mi ha permesso di occuparmi della situazione politica e sociale di altri paesi. Per realizzare ogni mio nuovo romanzo mi aggiorno sempre con un documentato nuovo reportage, poi inizio a scrivere. In particolare per Miserere volevo che il mio protagonista, Lionel Kasdan si sentisse un uomo solo, abbandonato, diverso dal mondo che lo circonda. Così ho deciso che dovesse essere un poliziotto in pensione e contemporaneamente di origine armena perché questo lo rendeva estraneo alla comunità di investigatori nella quale è vissuto per anni».

Perché non ha mai scritto romanzi seriali, ma preferisce ogni volta cambiare eroe?
«Trovo che sia un dovere per me come scrittore ogni volta produrre una nuova storia, con nuovi ambienti, nuovi personaggi (che hanno nuovi passati e hanno vissuto nuovi traumi). Personalmente penso che gli scrittori che continuano sempre a usare gli stessi personaggi siano un po’ pigri e non vogliano ogni volta rimettersi in gioco».

Può parlarci dei prossimi progetti cinematografici che la vedranno coinvolto?
«Il regista Frederic Schoendoerffer sta lavorando all’adattamento del mio Il giuramento mentre Olivier Marchal si è letteralmente innamorato de La linea nera e vorrebbe trasformarlo nel suo prossimo progetto cinematografico. Marchal sostiene di avere già in testa come girarlo. Io, dal canto mio, sto lavorando all’adattamento televisivo de Il volo delle cicogne per Canal +. È un’esperienza molto interessante per me perché potrò sviluppare tutto il mio romanzo con una durata di sei-otto ore di fiction. Al cinema c’è sempre il problema di condensare le storie perché non c’è mai abbastanza spazio per raccontare tutto. Nel caso de Il volo delle cicogne potrò rispettare il ritmo del libro che è un romanzo ad episodi».

Con «La linea nera» e «Il giuramento» aveva iniziato una trilogia dedicata alle radici del male, intende proseguirla?
«In realtà, mi sono accorto che tutti in Francia continuano a scrivere trilogie e non volevo sembrare ripetitivo di un modello, per cui Miserere non è la prosecuzione di quella trilogia. Sicuramente però, posso già dirvi che il mio prossimo romanzo esplorerà proprio le origini primitive del male».