«Il mio maestro di paura? Pinocchio»

Delle sue storie sono da sempre protagonisti intrepidi ragazzini che affrontano vampiri, fantasmi, lupi mannari, marionette assassine, maschere infernali, mummie e creature del terrore di ogni genere. Piccoli eroi che da tempo si muovono nello speciale lunapark dell’orrore creato dallo scrittore americano Robert Lawrence Stine, il quale ha siglato autentici blockbuster per l’infanzia, come la celeberrima serie «Piccoli Brividi» e le altrettanto fortunate «Dark Magic», «La Strada del Terrore», «Scuola Marcia» e la recentissima «HorrorLand» (decollata da poco in libreria con i roboanti titoli La vendetta di Badboy, Brividi dagli abissi, Sangue di mostro a colazione e L’urlo della maschera maledetta) tutte edite in Italia da Mondadori.
Un successo iniziato all’inizio degli anni Novanta che ha portato questo maestro del junior horror a vendere più di trecento milioni di copie in tutto il mondo (le sue storie sono tradotte in quasi quaranta lingue) e lo ha reso uno degli scrittori più amati dai ragazzini fra i 9 e i 14 anni. Scherzosamente sul suo sito ufficiale R.L. Stine sostiene di essere stato allevato in Ohio in una fattoria di maiali, dove la prima parola che ha pronunciato è stata «oink!», la seconda sempre «oink!» e la terza «help!» (aiuto) quando un gruppo di marziani ha deciso di sbarcare proprio nella casa dei suoi genitori e ha pensato bene di rapirlo per sottoporlo a esperimenti. Ma, battute a parte, è proprio nell’infanzia che il narratore americano (degno erede della tradizione dei racconti strani e fantastici di Edgar Allan Poe, ma anche di Richard Matheson, Robert Sheckley e Ray Bradbury) ha capito che era bello ascoltare e raccontare storie di paura.
«Quando avevo due o tre anni - dice Stine - i miei genitori mi costringevano a fare un sonnellino tutti i pomeriggi. Ma prima di mettermi nel mio lettino la mamma mi leggeva un capitolo della versione originale di Pinocchio di Collodi, che ha poco a che vedere con quella addolcita di Walt Disney. Era un libro per me spaventosissimo che raccontava come Pinocchio potesse scagliarsi adirato con una mazza di legno contro il Grillo Parlante per schiacciarlo e che descriveva nel dettaglio scene raccapriccianti come quella in cui il burattino si brucia i piedi davanti al camino. Credo che se non mi avessero raccontato storie del genere forse non sarei diventato lo scrittore che sono oggi».
Le marionette assassine sono una delle costanti della sua narrativa. Perché?
«Mi sono sempre piaciuti i pupazzi e da bambino allestivo spettacoli di burattini per me stesso e i miei amici nel teatrino che mi avevano regalato i miei. Le marionette parlanti dei ventriloqui sono personaggi particolarmente inquietanti che il cinema e la letteratura hanno sempre usato nella dimensione del terrore. Per questo mi diverto a resuscitare spesso un personaggio come Sluppy, la marionetta diabolica. Perché è maleducato, violento, cattivo».
C’è qualcosa di terribile accaduto alla sua famiglia che ha inserito nelle sue storie?
«Un giorno mio figlio Matt per Halloween si era calato in testa una maschera verde da Frankenstein e per circa mezz’ora non è riuscito più a togliersela di dosso. Non stava soffocando, ma certo non era una situazione simpatica. E io, invece che aiutarlo subito, ho pensato che era uno spunto narrativo fantastico da usare. Così mi è venuta l’idea per la mia Maschera Maledetta, che soggioga al suo demoniaco potere chi la indossa».
Che influenza hanno avuto i fumetti sulla sua formazione?
«Sono cresciuto leggendo le storie horror degli EC Comics, però di nascosto dai miei genitori. Per esempio dal barbiere. Amavo quegli incredibili finali a sorpresa. Ogni sabato inventavo una scusa per andarmi a tagliare i capelli e poter leggere quei fumetti che i miei consideravano spazzatura. Da bambino per lungo tempo ho avuto pochissimi capelli in testa, ma in compenso ho letto storie meravigliose».
Sogna mai gli incubi che narrerà nelle sue storie?
«No, i miei sogni sono quanto di più normale e noioso si possa immaginare, non posso saccheggiarli per le mie storie. Inoltre io non parto mai dall’inizio delle vicende, bensì dalla fine. Devo anzitutto pensare a un buon titolo e a un buon finale per i miei romanzi. Un finale capace di sorprendere chi li leggerà, capace davvero di fargli dire “Wow! Fantastico!”».
I ragazzi le suggeriscono mai delle idee per i suoi racconti?
«Ricevo circa duecento lettere e più di 500 e-mail la settimana dai miei lettori e li incontro spessissimo nelle scuole e nelle librerie. Mi sommergono di idee, ma molte sono pessime, altre già usate, altre mi fanno sorridere (come il recente suggerimento di un bambino di dedicare una storia a una gallina vampiro), altre stimolano invece la mia fantasia e mi portano a scriverci sopra».
Perché non ci sono protagonisti fissi nei suoi romanzi?
«Perché mi piace rendermi la vita difficile. Ma soprattutto perché non sarebbe credibile che tutti gli eventi terrificanti che racconto capitassero sempre agli stessi ragazzini. E, detto fra noi, non sarebbe neanche giusto nei loro confronti. Ogni volta devo inventare un nuovo cast, creando personaggi che non somiglino ai precedenti. Le mie storie nascono sempre da un incrocio di credibile e incredibile, paura e ironia».
Che cosa spinge i ragazzini a leggere con gusto storie del terrore?
«Tutti i ragazzini, ma anche molti adulti, amano quella sensazione adrenalinica di spavento che ti dà leggere certe storie. Sono consapevoli che i protagonisti di quegli incredibili eventi in qualche modo riusciranno a venirne fuori. I miei lettori amano essere allo stesso tempo rassicurati e spaventati. Sanno di essere a casa al sicuro, dove certe creature non potranno raggiungerli e non potranno in alcun modo materializzarsi fuori dai miei libri».
Gli insegnanti la considerano uno stregone pericoloso oppure la sostengono?
«Insegnanti, bibliotecari e librai mi considerano un amico che li aiuta a diffondere la lettura fra i ragazzi in un periodo in cui è sempre più difficile motivarli. Partecipano entusiasti ai dibattiti dei miei piccoli lettori e anzi suggeriscono loro altre opere che potrebbero incuriosirli e che in qualche modo sono legate al mio immaginario. I ragazzini si aspettano che io mi presenti agli incontri con uno strano mantello o cappello, qualcuno di loro talvolta rimane deluso nell’incontrarmi, lo capisco dagli sguardi. Gli insegnanti sanno invece che la mia magia opera in altro modo e non ha bisogno di strane bacchette magiche».