«Mio marito non aveva scelta ha sparato per salvare suo figlio»

TorinoTre giorni di carcere, poi finalmente il ritorno a casa. Antonio Catelli, 59 anni, l'ex carabiniere ed ex guardia del corpo di Sergio Pininfarina arrestato sabato sera dai carabinieri per aver sparato contro il gruppo che stava picchiando il figlio e per aver ucciso una persona e ferito un'altra, ha potuto riabbracciare ieri mattina la moglie Carla e per qualche istante anche il figlio Mario.
Catelli era finito in manette per omicidio volontario e tentato omicidio, ma martedì, nel corso dell'udienza per la convalida del fermo, la stessa Procura ha chiesto la derubricazione del reato in eccesso colposo in legittima difesa. Dopo averla accolta, ieri il gip Roberto Ruscello ha accettato anche quella del legale di Catelli, Cesare Zaccone. L’uomo ha così ottenuto gli arresti domiciliari: non potrà parlare e vedere nessuno, se non la moglie e il suo legale. L’ex guardia è tornata nel proprio appartamento che si affaccia su piazza Montanari, nel quartiere Santa Rita, dove sabato sera suo figlio Mario era stato aggredito e dove lui, intervenuto per sottrarlo alla furia di un gruppo di balordi, era stato poi costretto a sparare. «Legittima difesa» di fronte a uno dei violenti che aveva estratto una pistola puntandogliela contro.
Ad attenderlo sul marciapiede sotto casa c'era la moglie Carla e il figlio Mario, oltre al suo legale. Antonio Catelli ha guardato dritto negli occhi il figlio. Neanche una parola, per non infrangere il divieto che gli è stato imposto dal gip. Tra i due c'è stato solo un breve e commosso abbraccio, quello di un figlio che ringrazia il padre per avergli salvato la vita. Poi lo sguardo di Catelli ha incrociato quello della moglie Carla, che da tre giorni attendeva con ansia il suo ritorno a casa. «Finalmente di nuovo insieme», ha detto la donna con gli occhi velati dalle lacrime. Da sabato notte attendeva questo momento con il fiato sospeso. Lei, malata di cuore, non ha perso però la grinta, e con quella grinta lo ha difeso a spada tratta. «Il mio Antonio ha sparato perché era la cosa giusta da fare in quel momento. Ha salvato mio figlio e non avrebbe mai sparato se non avesse temuto per la vita di Mario e della sua nipotina», ha ripetuto. Le stesse parole pronunciate subito dopo la tragedia. E anche ieri, quando lo ha rivisto, ha ribadito il proprio sentimento di giustizia: «Antonio è mio marito, ma è anche l’uomo che ha salvato la vita a mio figlio - ha detto -. È bello averlo qua accanto a me, ci faremo forza e proveremo a superare insieme questo momento». Poi è entrata nel merito delle accuse che sono state rivolte al marito: «Che l’accusa di omicidio sia stata derubricata a eccesso colposo in legittima difesa è molto positivo, certo. Ma ora aspettiamo, e speriamo che le cose vadano secondo giustizia». Sì, perché Catelli non ha sparato in preda al panico: prima ha cercato di placare gli animi. «Ci ha provato in tutti i modi, ma nessuno gli ha dato retta - ha spiegato ancora Carla Catelli -. Ho sentito le urla di mio figlio, c'era confusione. Poi i colpi di pistola. Mio marito mi ha detto che ha sparato quando l'altro uomo ha estratto la pistola. Io gli credo. Non ho dubbi su questo».
Insieme, abbracciati, sono poi saliti nel loro appartamento al sesto piano di via Montanari. In procura, intanto, le indagini proseguono. Il gip, nel dispositivo con cui stabilisce la derubricazione del reato e gli arresti domiciliari, spiega che «per respingere l'aggressione» Catelli avrebbe potuto limitarsi a ferire l'antagonista. Da qui, pertanto, l’accusa di «eccesso colposo di legittima difesa». A Catelli, tuttavia, si dà atto di avere sparato - a meno di un metro di distanza - solo quando la vittima, Luca Ragusa, ha afferrato una pistola (poi risultata con la matricola abrasa) dalla cintola dei pantaloni.