"Il mio matrimonio con un uomo in coma"

Dicono che la sua massa cerebrale sia del tutto consumata. Quasi che la nebbia, quella notte, l’abbia avvolta completamente. Dicono che sia in coma vegetativo proprio come Eluana, ma la moglie pensa che «nonostante tutto la vita sia un dono». E di dargli un taglio come è determinato a fare Giuseppe Englaro, lei non ci pensa neppure. Quella data poi... lei è convinta che il giorno «dell’incidente» non sia un caso, perché «quel numero ricorre spesso nella loro vita» e non a caso, quattro anni prima, il marito l’aveva scelto per andarsene di casa, «schiacciando il mio cuore».
Dodici dicembre, «e pensare che per me la notte di Santa Lucia era sempre stata magica». L’ultimo messaggio del marito al fratello: «C’è troppa nebbia, mi fermo a dormire fuori». Balle. Doveva essere assieme ad amici, invece ha preso una stanza d’hotel a Sezzano e ha chiuso la porta. Venti ore più tardi l’ha riaperta la polizia, trovandolo ancora aggrappato a quella vita che la sera prima aveva cercato di lasciare. Era pomeriggio quando i carabinieri sono arrivati nello studio della moglie. Ricorda ancora i brividi, che lentamente le risalivano la schiena. Ricorda ancora quelle parole, mentre le raccontavano che il marito che non vedeva da mesi si era iniettato qualcosa nel collo del piede per farla finita, e «io mi sono sentita morire».
Da quattro anni «ormai non viviamo più insieme». Perché da quel «dodici» lui non è più tornato a casa. Dopo la separazione, «l’incidente». Da sette mesi vive al centro Don Orione di Bergamo insieme ad altri 24 pazienti che come lui ed Eluana, ogni giorno si svegliano e si riaddormentano, senza che questo, per i medici, significhi un granché. Ha 47 anni, oggi. Non apre gli occhi sempre alla stessa ora la mattina. E però li riapre sempre. «Dipende da quanto si è affaticato il giorno prima». Si stanca, quando lo portano a fare un giro in giardino, quando vengono tante persone a trovarlo. Si rilassa, «quando gli parlo del nostro nipotino e quando gli faccio guardare Linea blu alla tv. Lo capisco dalle sue espressioni». Dicono che non possa percepire nulla, «ma io lo so che non è così». Sono gli anni trascorsi insieme a darle questa sicurezza. È il suo amore, incondizionato. «È nato su un campo di basket e da allora non ci siamo mai lasciati. Per vent’anni». La coppia «perfetta che tutti invidiavano», che lavorava insieme, che almeno tre volte l’anno partiva alla scoperta di una porzione di mondo, ha iniziato a cedere per colpa di un sms. «Ero appena uscita dalla sala operatoria dopo l’ennesimo aborto spontaneo. Ero distrutta e tenevo quel telefono tra le mani, avevo bisogno di lui. Quel messaggio l’ho visto per caso». Così, «per caso», è cominciato il suo incubo. Aveva perso la testa per una ragazzina il marito. «O forse aveva perso la testa e basta e io che l’ho perdonato subito, probabilmente ho commesso un grande errore». Capita che il compagno di una vita diventi all’improvviso uno sconosciuto. Che decida di andarsene e poco dopo di lasciare anche il lavoro, uno studio di consulenza aziendale che avevano avviato insieme dal 1990. «Capita è vero, ma non capisco come sia potuto accadere a noi». Glielo chiede anche adesso al marito. «Mi siedo di fianco al suo letto e a volte lo rimprovero. Altre invece lo accarezzo, gli racconto delle mie giornate e di quelle che potremmo condividere ancora, perché la medicina fa miracoli e io non chiederò mai a nessun tribunale di interrompere la sua alimentazione». Come Eluana, anche lui viene nutrito attraverso un sondino, lavato, accudito e quando è bel tempo, come lei viene portato in giardino, su una sedia a rotelle. Al contrario di Eluana, non c’è nessuno che si è rivolto ai giudici per ottenere il permesso di lasciarlo morire. Non un padre, né la madre e neppure la moglie che lui aveva tradito. Duecento venti giorni contro più di seimila, «ma mi basta guardarlo per capire che non lo farò mai soffrire, perché ora lui è sereno, si vede dallo sguardo». Eppure il suo gesto estremo non ha lasciato dubbi d’interpretazione: «Sicuramente mio marito voleva farla finita con questa vita anche se nessuno dei suoi cari ha ancora capito perché. Sicuramente ora lo vorrebbe ancora di più. Ma come si può trovare il coraggio di farlo soffrire?».
Dodici chilometri andata e ritorno per accarezzargli la mano: ogni giorno, da sette mesi. E poco importa se lui l’avesse abbandonata da quattro anni, abbia tentato il suicidio e ora sia in coma vegetativo. «Dicono che sono pazza i miei familiari, ma io dico che la vita è un dono che non va sprecato. Mai».
Rita Balestriero