«Mio nonno Dimitri più bravo di Horowitz»

«Al Conservatorio di musica, Dimitri aveva come compagno un certo Vladimir Gorovitz. Su una vecchia foto scolastica datata 1915, si nota a dire il vero soltanto mio padre che, al pari di certi attori, “buca lo schermo”. Al suo fianco, piccino, gracile, con orecchie elefantine che gli erano valse il soprannome Faccia di Cavolo, il giovane Gorovitz fa un magra figura». Così inizia, in una Kiev prerivoluzionaria e ancora spensierata, la sfida di una vita: quella tra Dimitri Radzanov, dallo splendido talento di virtuoso al piano, destinato a suonare per la musica e per amore, e l’affascinante «carognetta» Faccia di Cavolo, noto al mondo come Vladimir Horowitz, il genio del secolo.
A raccontare, con la voce narrante del padre Ambroise, le vite parallele di due geni della tastiera, uno vissuto nell’ombra, l’altro votato alla luce perpetua, è il nipote di Dimitri, lo scrittore francese Alexis Salatko, in questi giorni in Italia per presentare il romanzo che in Francia è stato uno dei successi della stagione, Horowitz e mio padre (Ponte alle Grazie, pagg. 136, euro 12).
Lieve e potente come solo possono esserlo le biografie di chi si è negato al successo, il romanzo di Salatko narra la vita di un nonno marchiato a fuoco dal talento e di una famiglia ossessionata da Horowitz, proiezione fantastica di quel che Dimitri (che nella realtà si chiamava Vladimir Salatko), uno dei loro membri, avrebbe potuto essere e non fu. I due sono condiscepoli al Conservatorio, ma anche giovanissimi amici che trascorrono insieme le vacanze in Svizzera dove, nello chalet del bisnonno Radzanov, sulle rive del Lemano, si innamorano delle stesse ragazze. Ma in seduzione, come al tennis, Horowitz vince all’apparenza sempre, su Dimitri. Vince perché piace, anzi rapisce e soprattutto «conosce l’arte di rovesciare le situazioni più sfavorevoli».
Al piano, tuttavia, in quelle interminabili battaglie virtuosistiche in cui Mitia e Volodia si affrontano all’ultima stecca - e per aggiungere più pepe cospargono i tasti di sapone nero - la superiorità sembra appartenere a Dimitri. Dimitri, che per esercitarsi suona in un capanno in fondo all’orto, dove sovrasta con le sue ottave lo starnazzare dei polli. E quando arriverà la Rivoluzione d’Ottobre, la fuga per Dimitri in Francia, l’emigrazione per Horowitz negli Stati Uniti, le vite dei due talenti si divideranno solo all’apparenza: la sfida immaginaria li accompagnerà fino ai loro ultimi giorni, fino a un concerto di Horowitz alla Carnegie Hall cui Dimitri verrà accompagnato da suo figlio. E sarà proprio l’amore filiale a decretare il definitivo vincitore.
Monsieur Salatko, fu così terribile quella sfida?
«Mio nonno e Horowitz si sono conosciuti prima della Rivoluzione, quando nell’aria si poteva ancora respirare una certa gioia di vivere. Quando da giovani si battevano in duello al piano, quella sfida era un gioco. Uno dei tratti del carattere di Horowitz era proprio quella voglia un po’ infantile di scherzare sempre. Anche quando divenne vecchio, quel bagliore ironico non scomparve mai dai suoi occhi. I giovani Mitia e Volodia si affrontavano per lanciare una sfida al dio della musica, più che a loro stessi».
E negli anni successivi?
«La vita li cambiò. Horowitz imparò ad usare il piano come arma di seduzione. Non si staccò mai di dosso la paura di finire in un gulag, come suo padre. Quella paura si trasformò in paura di non piacere al pubblico. E per piacere al pubblico americano bisognava che fosse sempre più rapido al pianoforte. Divenne un totale virtuoso. Ma per lui fu facile. Perché si era allenato con mio nonno. Mio nonno invece, costretto a mantenersi in Francia lavorando in una industria chimica, abbandonò il pianoforte come professione, nonostante l’opposizione della madre».
Ma Volodia perse la sua naturalezza.
«Alla fine della vita, i critici giudicavano Horowitz troppo “acrobatico”. Ma è ingiusto ricordarlo così. Non era solo un grande virtuoso. Sapeva interpretare Schriabin in modo così dolce... Il dramma comune di mio nonno e di Horowitz fu che entrambi vennero derubati dalla Storia. E l’unico loro patrimonio divenne la musica».
Lei suona?
«Molto poco e naturalmente sono meno bravo di Horowitz e di mio nonno. Ma ho bisogno del contatto fisico con il piano. Quando ho scritto il libro, usavo il piano del nonno come una sfera di cristallo per entrare in contatto con la sua anima. Era il mio modo di suonare il piano per lui. Mio nonno è stato per me il dottor Zivago, il primo vero personaggio da romanzo della mia vita».
E Horowitz che cosa è stato per la sua famiglia?
«Horowitz era l’ossessione. Il fantasma che infestava la casa. È questo il modo in cui ha sempre fatto parte della nostra famiglia».
Il messaggio finale del libro è che Horowitz morì solo “in un deserto sempre più arido”: padre in un gulag, madre morta, moglie isterica, figlia psicotica, nessun amico, nessun collega con cui condividere la sua passione, nessun allievo. Suo nonno invece visse, amò, fu riamato e molto ricordato dai suoi cari. Il successo dunque non paga?
«Horowitz era prigioniero della sua stessa vita. Tutto quel che si disse del suo amore con la figlia di Toscanini è che in realtà si fosse sposato con Toscanini. Il suo lato arrivista vinse sempre e alla musica sacrificò tutto. Aveva perduto il passato e allo stesso tempo era molto attaccato alla patria e alle radici e molto aiutò i profughi russi. Poi però divenne una superstar interplanetaria. E abbandonò la sua felicità su questa terra».
Suo nonno non cercò mai di restare in contatto con Horowitz. Come mai?
«Non voleva disturbare. E non voleva stare nella luce di Horowitz. Era il suo modo di voltare pagina, lasciare il passato. Non si può ricreare la storia. E quel che contava per lui era la musica che Horowitz faceva. Non l’essere umano».
Qual è il ricordo di Horowitz e suo nonno che più le ha toccato il cuore?
«Horowitz collezionava opere d’arte. Soprattutto quadri impressionisti. Per tutta la vita, nel suo salotto di New York tenne un quadro, non ricordo se di Monet o Renoir, che rappresentava la casa dove mio nonno e la sua famiglia vissero per molti anni a Chatou. Come se avesse voluto aver sempre sotto gli occhi una foto del suo vecchio amico».
Commovente.
«E allo stesso modo toccante: mio nonno conservò per tutta la vita una slitta. Quella su cui da bambino aveva trascorso a Kiev moltissime ore felici. Insieme a Horowitz».