Mio nonno for President

I due candidati premier erano sui 70 anni, il Capo dello Stato al termine di un nuovo mandato ne avrebbe 93, un governo Prodi si reggerebbe su senatori a vita che hanno dagli 80 ai 96 anni, il sindaco di Roma ha 51 anni e viene considerato un giovane, ieri l’Unità intervistava rispettivamente un direttore di telegiornale di 75 anni e un ex direttore di telegiornale (presto in video) di 76 anni, il quale preannunciava il ritorno in Rai di Enzo Biagi che ha 86 anni. Eppure, se posso dirlo, le lagne dei giovani lasciano il lungo tempo che trovano: se il Paese appartiene ai Matusalemme è perché i ragazzini non sono capaci di prenderselo, nessuno regala nulla, è un’ordinaria fisiologia del potere. La società nasce dalla risultanza di uno scontro tra generazioni, non dalle concessioni di una generazione all’altra. Questo non significa che si debba spaccare vetrine alla Sorbona, ma neppure che un 35enne che viva coi genitori non possa anche essere un imbranato cronico. Qualche giorno fa il Corriere titolava allarmato: «I giovani più infelici dei pensionati». E si citava una ricerca che descriveva un’insoddisfazione e una crisi che pure sono, in realtà, proprio ciò che da sempre smuove e sprona le generazioni: perché una società in cui i giovani sono felici e i vecchi infelici, per quanto ne penso, non solo è crudele, forse è anche morta.