«Mio padre Alberto Falck, che alla fine piegò anche l’acciaio»

Il figlio Enrico racconta vita, valori, sconfitte e vittorie del grande industriale

Luigi Mascheroni

Enrico Falck lavora - come quasi tutti i Falck da sei generazioni a questa parte - nella sede del Gruppo Falck, a Sesto San Giovanni, in via Alberto Falck, intitolata al padre lo scorso anno, la quale è una prosecuzione di via Enrico Falck, dedicata al capostipite. «Ci sono un po’ troppi Falck in giro...», sorride.
Enrico Falck ha 31 anni, la stessa altezza e l’eleganza sobria di papà, forse addirittura più timido. È nella Divisione finanza dell’azienda di famiglia e si occupa dei progetti di sviluppo in Sicilia: costruzione e gestione di termovalorizzatori, di fatto inceneritori ecologici in quanto sfruttano il contenuto calorico dei rifiuti per generare elettricità. Sono le nuove frontiere tecnologiche delle storiche “Acciaierie e ferriere lombarde” che da anni ormai sono state riconvertite alla produzione di energia da fonti rinnovabili. Una rivoluzione epocale decisa e attuata, negli anni Novanta, proprio da Alberto Falck, un uomo che di acciaio aveva un impero, la fede e la volontà.
«Credo che la grandezza di mio padre sia stata quella di riuscire a coniugare i valori dell’impresa con quelli della società. Aveva un’idea delle cose, si trattasse dell’azienda piuttosto che del Paese, come un’entità economica da sviluppare e nello stesso tempo come una comunità da far crescere. In questo era convinto che gli affari non dovessero escludere l’impegno sociale. Aveva sempre un doppio sguardo: imprenditoriale e civico». E anche un doppio lato del carattere. «Era una persona chiusa e riservata, ma anche molto disponibile e generosa. La sua qualità migliore credo fosse quella di saper ascoltare chi gli stava di fronte, in famiglia e in azienda. Ascoltare tanto, parlare poco: era come un motto per lui. Ha impiegato dieci anni a traghettarci fuori dalla crisi, dieci anni di trasformazione industriale e culturale, di difficoltà e successi, di paure e speranze, eppure per dieci anni è sempre riuscito a lasciar tutto questo fuori dalla porta di casa. Non ci ha mai fatto carico dei suoi problemi, noi figli e la mamma intendo. Non diceva nulla, poi magari se eravamo noi a chiedere ci spiegava cosa stava accadendo, quello sì. Ci ha fatto capire lo spirito del cambiamento senza farcene avvertire il dolore».
Industriale all’antica, cattolico («Ma non fanatico») e legatissimo alla sua Milano («Per lui era l’unica città nella quale valesse la pena vivere, anche se non esitava a criticarla quando era il caso»), Alberto Falck dall’alto dei suoi due metri guardava con orgoglio la storia della famiglia, i Falck, un nome duro come la materia che hanno forgiato per oltre un secolo, da quando il capostipite, il nonno di suo nonno, Giorgio Enrico, calò in Lombardia dall’Alsazia nel 1833 come ingegnere per le ferriere Rubini. E nell’epopea della dinastia, Alberto ha avuto un ruolo da protagonista: nato nel 1938 a Mandello del Lario, liceo Manzoni e laurea alla Bocconi, entrò in fabbrica con passo deciso nel ’64, da lì a poco una poltrona in consiglio di amministrazione e nell’82, insieme al cugino Giorgio, sulla plancia di comando della corazzata Falck. Sono gli anni delle “tempeste d’acciaio”, degli ammutinamenti in famiglia, dei banchieri-pirati. Poi, a metà degli anni Novanta, il momento delle scelte più difficili: la chiusura degli stabilimenti di Sesto San Giovanni, il tentativo di fusione con Montedison e infine la riconversione del gruppo nel campo dell’energia. “Nelle crisi prevale chi tiene duro”, diceva. Quello che ha fatto.
«Se il non essere riuscito a tenere insieme tutti i rami della famiglia all’interno dell’azienda fu il suo grande rammarico, la sua vittoria più grande è stata quella di aver capito che noi non potevamo più continuare a fare l’acciaio, per motivi di mercato e per motivi tecnologici, e che l’unica strada percorribile era quella del cambiamento. E in dieci anni papà ha trasformato un gruppo in crisi e solo per il venti per cento ormai di proprietà della famiglia in una società nostra al cento per cento e in un settore come quello dell’energia rinnovabile in grande sviluppo».
Alberto Falck era un uomo che ci sapeva fare. «Un uomo del fare, soprattutto. Non si perdeva in chiacchiere, parlava poco, tirava le somme e infine prendeva le decisioni. Non c’è stato molto tempo purtroppo per lavorare insieme, ma mi ricordo durante le riunioni alcune sue espressioni, tipo “Le cose le facciamo per farle e non per dirle” oppure “Prima facciamo gli impianti poi lo diciamo”, cose così... Ho sempre visto in lui un simbolo di quella borghesia illuminata che ha segnato l’identità di Milano, con la sua capacità progettuale, la sua etica della professionalità, la sua concretezza, la sua determinazione. Papà aveva a cuore lo sviluppo della città in ogni settore: il “fare soldi”, come si dice, per lui era propedeutico a fare qualcosa per la società. Nelle strutture, nelle associazioni, nella cultura...».
Ecco, la cultura. Una passione e un’ambizione: bibliofilo di razza («Quella per libri antichi, codici e incunaboli era una vera malattia»), collezionista di porcellane («Meissen soprattutto»), amante dell’arte in tutte le sue forme, dalla pittura alla musica («Il suo sogno era avere un MoMi, un Museum of modern art of Milan»), amico di molti intellettuali («Di monsignor Ravasi, Sergio Ferrero e Pietro Citati»), viaggiatore più che turista («Era capace di passare nove ore di seguito impassibile tra le sale dell’Hermitage piuttosto che mettersi a discutere di antichi codici miniati con un abate incontrato per caso in una chiesa sperduta della Puglia»), con l’unico vizio dei dolci («Era socio orgogliosissimo della Confraternita della cioccolata») e l’unico vezzo delle cravatte («Aveva un debole per quelle di Marinella»), in realtà di tutte queste cose non aveva bisogno: «Le avrebbe amate anche se non fossero state sue».
Allergico alle chiacchiere dei salotti mondani e frequentatore dei seminari su etica e affari del cardinal Martini, Alberto Falck in una delle ultime interviste disse - affermazione apparentemente improponibile per uno che aveva passato la vita tra il fuoco e l’acciaio - che credeva agli angeli custodi: “Soprattutto quelli dei miei figli, i quali sono stati salvati un paio di volte in occasioni di incidenti stradali”. Morì, giusto tre anni fa, stroncato da un infarto mentre tornava a casa, in via Boito, in pieno centro. Il figlio Enrico, su un’altra auto, era dietro di lui.