«Mio padre Gino Bramieri, l’artista che voleva Milano ai suoi piedi»

Luigi Mascheroni

Milanese, ma talmente milanese che il suo cagnolino l’aveva chiamato “Inter”, e ne regalò un cucciolo a mamma Moratti, Lady Erminia, di cui era amicissimo. Talmente milanese che a un certo punto prese casa alla Torre Velasca: «Così poteva sempre avere sotto gli occhi tutta la sua Milano. Una visione impagabile per lui», ricorda il figlio Cesare, che oggi ha 58 anni e che quando era piccolo andava a vedere gli spettacoli di papà da dentro la buca dell’orchestra. Gino Bramieri è scomparso dieci fa, d’estate. Gli hanno appena dedicato una via, in zona di Porta Nuova, e lo scorso novembre il suo nome è stato scritto sulla stele del Famedio, al Monumentale, insieme agli altri milanesi illustri e benemeriti.
Comico, caratterista, “spalla”, barzellettiere, entertainer, showman? Gino Bramieri in realtà non era un attore. Era un primattore, sul palcoscenico e nella vita. Un uomo d’altri tempi, ossia dei suoi. Elegantissimo, sempre impeccabile, faceva il baciamano alle signore - le stesse che poi, in teatro, prendeva in giro: “Vedo in sala molte signore in lungo... e qualcuna anche in largo....” - teneva moltissimo ai suoi cappotti e alle sue sciarpe bianche, così come al suo sarto di fiducia che pure non doveva avere vita facile vista la lotta furibonda che il comico combatté tutta la vita con la bilancia, tra diete rigorose e concessioni al bien vivre; e poi le scarpe...: «Era una mania, dopo la sua morte, riordinando casa, abbiamo trovato centinaia di scarpe nei suoi armadi. Mi ricordo un particolare dei suoi ultimi giorni. Era molto malato, ricoverato in ospedale. C’erano i Telegatti e lui era uno dei premiati per la sit-com Norma e Felice. Non era in condizione di andarci, ma fece il diavolo a quattro. Alla fine i medici lo imbottirono di non so che cosa per farlo stare in piedi. Chiese il suo smoking, i gemelli, le scarpe, tutto quanto. Be’, mia moglie Lucia dovette fare tre volte avanti e indietro da casa sua perché c’era sempre qualcosa che non era perfetto. Cosa vuole. Era maniacale, precisissimo per queste cose...».
Già, quei Telegatti. Fu la sua ultima apparizione in pubblico. Era il maggio del ’96: Gino Bramieri, ormai consumato dalla malattia, se ne sarebbe andato il mese successivo. Fiorello, che qualcuno ha indicato come il suo vero erede, si inginocchia davanti a lui chiamandolo Maestro. E il pubblico in sala gli tributa la standing ovation.
Così uscì di scena. Ma come ci entrò? «Inciampando. Davvero: una sera, proprio agli inizi della carriera, quando lavorava con Macario, entrando in scena inciampò e cadde a terra. Il pubblico scoppiò a ridere e alla fine dello spettacolo Macario gli disse: “Da domani, appena entri, voglio che ti butti, sempre”. E così fece. Papà non si è mai fermato davanti a niente pur di salirci, sul palcoscenico. Da ragazzino si accontentava di star dietro le quinte a tirare il sipario o attaccare i bottoni ai costumi. Debuttò alla fine del ’43 per gli sfollati nella piazza di Rovellasca, in provincia di Como». Gino Bramieri era del ’28, era nato in una casa di ringhiera di corso Garibaldi, quindi all’epoca aveva appena 15 anni. Il padre, falegname, gli riuscì anche a trovare un posto da fattorino alla Banca Commerciale, in piazza Scala, ma durò poco. «Macché banca. Un lavoro del genere l’avrebbe ucciso, non era il tipo. E poi a 18 anni, quando conobbe la sua futura moglie, una cantante, le promise che un giorno sulle locandine dei teatri importanti ci sarebbe stato il suo nome: Gino Bramieri».
E alla fine ce lo mise il nome, eccome. Prima, in piccolo, accanto alle stelle dell’avanspettacolo, della rivista e del teatro - da Macario a Tognazzi, da Govi a Totò, da Wanda Osiris a Walter Chiari («il grande amico, quando morì papà mi disse: “I veri comici se se stanno andando tutti, il prossimo sono io”) - poi da solo, a lettere giganti, come i divi che si rispettano. Infatti. A partire dal ’56, anno del fortunato incontro con la premiata ditta Garinei e Giovannini («un sodalizio splendido, tanto che dopo venticinque anni di lavoro insieme si sono scambiati una fedina: le loro nozze d’argento») la carriera di Bramieri esplode, deborda. In tv fa il botto con L’amico del Giaguaro, con Raffaele Pisu e Marisa del Frate nel ’61; alla radio con Batto quattro, un programma che debutta nel ’66 e dura ben undici anni; nel ’62 passa addirittura dal festival di Sanremo con la canzone Lui andava a cavallo. E poi il musical Felicita Colombo con Franca Valeri e Don Lurio (1970-71); Angeli in bandiera con Milva (1969-71); Milleluci con Mina e la Carrà (1974); il G.B. Show: sette edizioni su Rai Uno dall’82 all’88... Senza contare il cinema (uno dei primi film fu Siamo tutti milanesi, figuriamoci): da I tre ladri a Peppino, le modelle e... chellellà, da Scandali al mare a Adultero lui, adultera lei. «Sì, lo so... forse non erano granché quei film, erano un po’ scollacciati, però facevano ridere. A proposito, ma lo sa che una volta, erano gli anni Settanta, mio padre fu ricevuto in udienza da Paolo VI. Quando andò a baciargli l’anello, il Papa gli sussurrò: “Per favore, però, non faccia più quei film lì...”. Be’, non solo non ne girò più, ma decise di abbandonare per sempre il cinema e di dedicarsi solo al teatro e al limite alla televisione... Ma infatti lui preferiva il teatro, gli dava un’emozione diversa. Diceva sempre che a teatro la gente viene apposta per te, perché ha davvero voglia di vederti, non è che ci capita con lo zapping. Uno si deve vestire, magari mettersi la cravatta, uscire di casa, trovare posto per il parcheggio, fare il biglietto, spendere dei soldi... per fare tutto questo il pubblico ti deve amare davvero».
E tu devi amare davvero il pubblico. Tanto da dedicargli migliaia di serate, migliaia di repliche, migliaia di ore di trasmissione, migliaia di ciak, migliaia di barzellette. «Al termine di ogni spettacolo, si ripeteva sempre la stessa scena: papà faceva finta di andare via, poi si girava verso il pubblico e sussurrava: “Volete sapere l’ultima?”. E ogni volta veniva giù il teatro». Si calcola che Gino Bramieri nella sua vita ne abbia raccontate almeno settemila diverse, di barzellette. Il suo ultimo spettacolo teatrale, quello che portò in giro ancora fino a quaranta giorni prima di quel 18 di giugno del ’96, si intitolava Riuscire a farvi ridere. Una scommessa che a occhio e croce ha stravinto.
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