«Mio padre Peppino Prisco alpino fedele e interista fazioso»

Il figlio Luigi racconta vita e passioni del grande avvocato-tifoso: la Milano del «camparino», la guerra in Russia, il C.a.l. e quella volta che rischiò brutto per veder giocare l’Ambrosiana

Luigi Mascheroni

«Se amava più l’Inter o gli alpini? Me lo chiedono sempre. Lui diceva che non si mischia il sacro e il profano. Diciamo che a un alpino poteva anche perdonare di essere milanista. Però guardi, le dico la verità, se mi chiede cos’è la prima cosa che ricordo di mio padre non è né la passione per l’Inter né quella per gli alpini, ma il lavoro. Il suo attaccamento al lavoro era religioso, nel senso che spesso veniva in studio anche di domenica, cosa sulla quale peraltro nell’aldilà avranno qualcosa da dire...». Lavurà, lavura, lavura ’me ’n matt... strano, suo padre era di origini napoletane. «No guardi, a parte il luogo comune, mio padre era più milanese degli Alemagna. E dico Alemagna perché il Motta a casa nostra era come il Milan: vietato. Sì, il nonno era di Torre Annunziata, ma la nonna era milanesissima. Mio padre a Napoli fu solo concepito: la nonna era triste, non ce la faceva più a stare al Sud, le mancava il “camparino”, la Scala, i due passi in Galleria...».
E così la famiglia sale a Milano, dove al 66 di Corso Buenos Aires, il 10 dicembre 1921, nacque Giuseppe Prisco, al quale di meridionale, a questo punto, rimase giusto il soprannome: Peppino, lo stesso con il quale lo chiama ancor oggi il figlio Luigi, al posto di “papà”. Ai genitori Peppino fu sempre legatissimo. In vecchiaia, ogni volta che li ricordava chiedeva sempre scusa perché in mezzo alle loro foto portava quella di Ronaldo. Viste come sono andate le cose, immaginiamo che a un certo punto una delle tre l’abbia stracciata. «A scuola era bravissimo. Ma indisciplinato. Si figuri che al mio primo otto in condotta mi fece i complimenti. “Prendono dieci le persone noiose”, mi disse».
Peppino Prisco non era noioso. Diciottenne, si arruola negli alpini. Sottotenente della Divisione Julia, finisce sul Fronte russo. Nel suo battaglione c’erano 53 ufficiali: tornarono vivi in tre. Dalle steppe porterà indietro la pelle (per un soffio), la memoria indelebile dell’orrore, un amore indicibile per le Penne Nere e una medaglia d’argento al valore militare. «La Russia fu uno shock. Mio padre, come tutti gli altri ragazzi che erano con lui, non avevano la minima idea di dove stesse andando, e a fare che cosa. Ci pensa? Prima di partire, nell’agosto del ’42, fece l’abbonamento a Calcio illustrato... Fu un incubo. Fino al 26 gennaio del ’43: battaglia di Nikolajewka, apertura di un varco nella sacca e inizio del ritorno a casa. Ogni anno, finché fu in vita, a casa nostra si festeggiava il 26 gennaio neanche fosse Natale». Ma a lei, le raccontava o no queste cose? «Altroché se ne parlava, io sono cresciuto con le fiabe della mamma e le storie di Peppino. Senta questa. Tornato dalla Russia non scelse né i partigiani né la Rsi. Non voleva più combattere, tanto che se ne andò in Svizzera. Un giorno però, era il ’44, c’era l’Ambrosiana Inter che giocava a Masnago, fuori Varese. Papà non riuscì a resistere, e ci andò, in divisa da ufficiale dell’esercito italiano. Uscito dallo stadio incappa in una retata dei tedeschi. “È finita - pensa - se mi prendono mi fucilano”. Fa finta di niente e continua a camminare tutto impettito. Un crucco lo ferma e lui mostra le decorazioni militari sul bavero del cappotto: “Offizier!”, grida. Il soldato scatta sull’attenti e il Prisco continua a camminare tranquillo per un po’. Appena svoltato l’angolo, via a casa a passo di marcia...».
La guerra finisce anche per il Prisco, che intanto si era laureato. In Giurisprudenza. Poi non si ferma più: iscritto all’Albo degli avvocati nel maggio del ’46, diventa uno dei più noti avvocati di Milano (“Principe del Foro”, si dice in questi casi); nel ’53 entra nel consiglio dell’Ordine degli avvocati e dal ’68 presidente, per quindici anni. «Il nonno, da cui ereditò lo studio, era un grandissimo avvocato, e anche il bisnonno...». Bisnonno, nonno, padre e figlio: anche Luigi Prisco (anzi: Luigi Maria Prisco), che ci sta raccontando questa storia, è avvocato («Era difficile sottrarsi alla volontà di mio padre, mi creda»): ha 52 anni, è un battutista degno del Prisco maior, lavora nello stesso studio che fu degli avi in via Podgora, perpetua la tradizione di famiglia come alpino («Anch’io Battaglione L’Aquila») e come interista («Ma da quando non c’è più lui, non potendo condividerle, le vittorie dell’Inter sono meno belle, e anche le penalità del Milan a dire il vero...»). Non volevo parlare di calciopoli, ma è inevitabile. Cito Peppino Prisco: “Quando stringo la mano a un milanista me la lavo. Quando stringo la mano a uno juventino mi conto le dita”. «Le ceneri di mio padre stanno sogghignando», risponde sogghignando Luigi Maria Prisco.
Ma scusi, suo padre conosceva mezza Milano, e l’altra mezza conosceva lui. Avrà pure avuto qualche amico milanista? «Che c’entra? Qualcuno sì. Non era mica razzista». Va bene avvocato, e cosa gli piaceva di Milano? «Mah, non so... forse San Siro». E cosa non gli piaceva? «Questa è facile: i milanisti». Avvocato... «A proposito di amici. Lo sa che Peppino era socio del C.a.l.? Era orgogliosissimo». «C.a.l.?». «“Cenacolo Aucàtt Lumbàrd”, un’associazione di avvocati milanesi che si trovavano a mangiare alla trattoria Riva, in via Vespucci». Lo scopo? «La crapula, immagino. Mangiare lombardo, bere, parlare in dialetto. Peppino spacciava a mia madre di conoscerlo perfettamente». E la signora Prisco cosa rispondeva? «Tas, milanès arius! Parla italiano che è meglio».
E voi due, parlavate molto? «Tantissimo, io e Peppino vivevamo in simbiosi: qui allo studio avevamo gli uffici di fronte e a casa abitavamo sullo stesso pianerottolo, allo stadio posti vicini...». Andavate d’accordo? «Allo stadio? Non sempre. Io ero troppo obiettivo per lui. Quando ad esempio reclamava un rigore inesistente a metà campo, io magari accennavo un “Dài, papà...”. E lui, a muso duro: “Cazzo, ma vieni a fare il tifo per l’Inter o per l’arbitro?».
L’avvocato Peppino Prisco, che dell’Inter fu vicepresidente per quasi 40 anni e che sull’Inter ha scritto anche un libro, aveva una passione fottuta per i gatti (la stessa che ha il figlio), beveva venti caffè al giorno e fumava ininterrottamente il sigaro. “Prima di morire mi faccio la tessera del Milan, così sparisce uno di loro...” aveva detto un giorno. Non fece a tempo a mantenere la promessa. È morto a Milano il 12 dicembre 2001, improvvisamente, due giorni dopo aver compiuto 80 anni. Era uno sportivo fazioso, ironico e pungente. E un uomo onesto e intelligente. «È morto l’avvocato Peppino Prisco, alpino e tifoso dell’Inter», iniziava, laconicamente, il comunicato della società. Non sappiamo chi lo scrisse. Di sicuro uno che lo conosceva bene. Mise “alpino” prima di “tifoso”. Mai mischiare il sacro con il profano.