«Mio padre, un triste mattacchione»

Cultura sterminata e umorismo, ritmi di lavoro forsennati e l’ossessione per l’ubiquità che lo mandava in depressione...

da Parigi
Philip K. Dick si sposò cinque volte: Isa Dick è la seconda figlia dell’autore di Ma gli androidi sognano pecore elettriche?, racconto da cui deriva il film Blade Runner. Dopo la morte, nel 1982, i figli (Laura, Isa e Christopher) fondarono il «Philip K. Dick Trust» per vigilare sull’integrità dell’opera paterna. Isa Dick-Hackett, che abita a San Francisco, racconta come è stato trovato e pubblicato Voci dall’asfalto negli Stati Uniti e in Francia (in Italia uscirà in febbraio da Fanucci con il titolo Voci dalla strada, ndt).
Signora Dick, come ricorda suo padre?
«Divorziò da mia madre, Nancy Hackett, quando avevo tre anni e mezzo, ma continuai a vederlo. Mi colpiva il suo umorismo: aveva un modo unico di prendere le distanze che mi faceva morir dal ridere e m’è rimasto impresso. Fin da bambina sapevo che mio padre scriveva, ma nelle librerie non ne trovavo i libri. Mi convinsi che sarei stata reale solo quando ne avessi visto uno».
E oggi?
«I suoi romanzi sono in ogni libreria del mondo».
Che uomo era?
«Intelligentissimo, coltissimo, furbissimo. Parlava disinvoltamente di funghi e storia russa, di letteratura francese e politica internazionale. Impressionante. Ma non mi faceva pesare la mia incultura. Quand’ero bambina, lui faceva di tutto per rassicurarmi e incoraggiarmi. Una sera mi lesse Ruug, primo racconto pubblicato, sul terrore dell’accalappiacani in un cane! Mi chiese se avevo capito chi era il protagonista. Io l’avevo capito; dei professori d’università no».
L’ha visto lavorare? Aveva abitudini, rituali?
«Ricordo la sua macchina per scrivere. Una Olympia comprata nel 1964, dalla quale non si è mai separato. Vederlo lavorare affascinava, perché batteva con gli indici a tutta velocità! Il resto del tempo vagava per casa, girando in tondo. Pensava ai futuri libri, in quel momento a Divina invasione e al diario intimo, Esegesi».
La morte della gemella l’aveva segnato?
«Ovviamente. La gemella Jane morì a due mesi e lui ne parlava spesso. Con gli anni divenne un’ossessione. Perciò nei suoi romanzi ricorre il tema dell’ubiquità... Anch’io ho dei gemelli, Lucas e Dylan. In famiglia siamo predisposti...».
Il riconoscimento in ambienti letterari americani è stato lento...
«Philip K. Dick non sfugge alla regola che si diventa famosi col tempo. Mi fa piacere che quattro suoi romanzi siano apparsi nella prestigiosa collana “Library of America” sei mesi fa. Vent’anni fa mio padre pareva solo un autore di fantascienza, tutt’al più il cantore di una certa contro-cultura».
Come ha trovato Voci dalla strada?
«Era negli archivi personali di mio padre, nella sua casa di Santa Ana. Philip K. Dick scrisse otto romanzi non di fantascienza, principalmente negli anni Cinquanta, tutti usciti postumi. Nessuno prendeva sul serio questi suoi libri, eccetto Confessioni di un artista di merda, uscito nel 1975. Dalla metà degli anni ’80 gli editori cominciarono a pubblicarli. Ma non Voci dalla strada, di oltre seicento pagine. I direttori di collana pensavano che non avrebbe avuto mercato. Va detto che pubblicarlo è stata un’impresa, col testo da rivedere, correggere e trasferire su computer. È stato un piccolo miracolo riuscire a trovare una casa editrice disponibile verso un romanzo sperimentale, opera d’iniziazione...».
Era il suo primo romanzo non di fantascienza?
«Credo di sì. È soprattutto un’opera giovanile, scritta fra il 1952 e il ’53, quando lavorava in un negozio di dischi, che riparava anche tv, proprio come il protagonista di Voci dalla strada. Allora ascoltava musica classica, passione di una vita, e leggeva Proust, Joyce, Stendhal e Flaubert. Con la seconda moglie, Kleo Apostolides, abitava in una grande casa di Berkeley, dal grande giardino, dove i gatti scorrazzavano. Cominciava a soffrire d’agorafobia. Dall’incontro con l’editore Anthony Boucher, suo mentore, scriveva a getto continuo racconti di fantascienza, pagati 350 dollari l’uno. Una miseria. Perciò passava giorni e notti battendo a macchina. A fine 1954 aveva pubblicato settantadue racconti in tre anni».
Lei prepara qualcosa su suo padre?
«Un film biografico. Ci sono due progetti: uno con Bill Pullman, l’altro con Paul Giamatti. Lo realizzerà la nostra società di produzione, la Electric Shepherds. Blade Runner di Ridley Scott, che mio padre non poté vedere, è stato restaurato: all’ultima Mostra di Venezia era in versione integrale, con l’intrigo iniziale di nuovo al centro del film. Che mi ha sconvolto, con le preoccupazioni ossessive tipiche di mio padre, col suo eterno chiedersi che cosa definisca l’essere umano».
(Le Figaro/Volpe
Traduzione
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