«Mio padre Walter Chiari uno zingaro a Milano»

Il figlio Simone racconta la vita pubblica e segreta del grande comico, da quando ventenne conquistò l’Olimpia alla fine in un residence dietro a Niguarda. I trionfi, le donne bellissime, i patrimoni bruciati...

Luigi Mascheroni

Si dice che registi e impresari lo inseguissero per mesi prima di riuscire a lavorare con lui. Si dice che era sempre in ritardo, che si dimenticava gli appuntamenti. Si dice che poi, però, con una risata, risolveva tutto. Si dice che amasse la bella vita Walter Chiari.
Prima di riuscire a parlare con il figlio Simone, in fondo abbiamo dovuto penare solo un mese, e passare attraverso un giornalista, un critico cinematografico e poi un agente teatrale. Lui si è dimenticato solo due volte l’appuntamento per l’intervista, e solo una ha scordato il nome della testata. Quando alla fine siamo riusciti a parlarci, poi però con una risata ha risolto tutto. Ha 36 anni, vive a Roma, passa le vacanze (parecchio lunghe sembra di capire) in Sardegna, suona (pare) di notte e non si sveglia prima delle tre-quattro del pomeriggio. L’impressione è che anche lui ami la bella vita.
Più che padre e figlio... «... eravamo fratelli. Noi non andavamo d’accordo, di più. Eravamo amicissimi, ridevamo come matti. E davamo tanto uno all’altro: io gli davo la gioia di essere padre e lui a me quella di essere figlio. Vivevamo insieme, viaggiavamo insieme, vacanze insieme, sempre. Era impossibile non divertirsi con lui». Quando morì, un noto settimane titolò «Il suo ultimo sogno: diventare amico del figlio».
«Stronzate. Lo eravamo amici, eccome. Sì, certo forse avrebbe desiderato passare più tempo con me, ma quello capita a tutti i padri. La verità è che il tempo che ho passato con lui, poco o tanto che sia, l’ho sfruttato al massimo, e per questo non ho rimpianti, come non poteva averne lui. È come quando vai con una puttana di lusso, di quelle che non sbagliano mai un colpo. Cosa ti frega se dopo non la vedi per una settimana? Intanto hai passato una notte indimenticabile».
Simone Chiari ha la parlantina svelta, un dono di famiglia evidentemente. «Mi chiedono sempre se c’era molta differenza tra il Chiari privato e quello pubblico. No, per nulla. Lui era davvero così, come lo vedevi a teatro o in tv. Un vulcano, di parole, di idee, di fantasia. Vedi, mi è capitato di conoscere molti attori, li frequentavo proprio grazie a papà. Eppure erano sempre persone normalissime, che una volta a casa, finito di lavorare, diventavano quasi banali. Sotto i riflettori erano speciali, una volta spenti, gente anonima. Per mio padre era il contrario. Quando era sul palco in fondo era imbrigliato: dai tempi, dal copione, dal pubblico. Senza parlare del cinema o della tv, con ritmi ancora più stretti e con la censura... Mio padre il massimo del talento lo tirava fuori in privato, a fine spettacolo, a cena con gli amici».
Ecco, il talento. Dicono che ne avesse così tanto da gettarlo via. «Sì, è vero, ad esempio usò male il cinema, e il cinema usò male lui. Ma il fatto è che papà più che un professionista era un artista, nel senso che non recitava per lavoro. Faceva solo quello che voleva, e così finiva per sprecare idee e occasioni. Ma era lo stesso nella vita: non si presentava a una prima in teatro per volare negli Stati Uniti da Ava Gardner? Perdeva il contratto e un sacco di soldi, ma intanto se la godeva. Ha fatto davvero una gran vita, credimi».
Un amico, Tatti Sanguineti, diceva che Walter Chiari era solare e mediterraneo come i pugliesi, matto ed esagerato come i veneti, entusiasta e generoso come i milanesi. Ma lui cosa si sentiva? «Uno zingaro, anche se ha sempre vissuto a Milano. Non ha mai avuto una casa qui, preferiva vivere nei residence, in appartamenti che comprava e poi regalava alla donna del momento, negli alberghi. Comunque alla fine la considerava la sua città, anche se rispetto a oggi quella degli anni dai Quaranta ai Settanta era un’altra Milano, più umana, più calorosa».
Fu qui, nella Milano «più umana, più calorosa» del ’44 - dopo un’infanzia tirata via al quartiere Garibaldi ed essere stato anche campione lombardo dei pesi piuma - che esordì Walter Annichiarico, un ragazzo di vent’anni destinato in pochissimo tempo a perdere qualche lettera del suo cognome e a guadagnare un successo di pubblico assoluto. Iniziò una notte magica con uno spettacolo di piazza in cui uno dei pezzi forti era l’imitazione di Hitler, poi al Teatro Olimpia di largo Cairoli dove presentava un repertorio di strepitose macchiette al «Quarto d’ora del dilettante» e quindi, notato da Marisa Maresca, entrò a far parte della sua prestigiosa compagnia nello spettacolo Se vi bacia Lola. Dopo, Walter non si fermò più: capocomico a 21 anni, la rivista, il teatro, il cinema, la televisione, migliaia di spettacoli da Trento a Palermo, migliaia di repliche, migliaia di ciak, migliaia di dirette tv («ma non gli piaceva molto, ogni volta che vedeva un programma televisivo diceva: “Ma cos’è questa merda?”. Per fortuna non ha visto quelli di oggi... »), le donne più belle del suo tempo (da Lucia Bosè ad Ava Gardner, da Elsa Martinelli ad Alida Chelli che gli diede Simone, da una giovanissima Annamaria Rizzoli a Patrizia Caselli), una strana storia di droga, una passione per il Milan, un libro mai scritto (Tanto per essere chiari su Chiari doveva essere il titolo) e non si sa quanti patrimoni sperperati, tanto che se avesse tenuto via anche solo la metà di quello che aveva guadagnato in cinquant’anni di carriera sarebbe stato zio Paperone, diceva sempre.
«Papà era così, non c’è niente da fare. Zingaro e irregolare. Mi ricordo benissimo: una settimana dai Barilla a Cortina, serviti da camerieri in guanti bianchi e poi una settimana a Cervia a mangiare con le mani insieme ai pescatori... Che non badasse all’esteriorità lo si vedeva già da come vestiva: in maniera ridicola, casuale, ma non per fare moda, proprio perché non gli interessava. Gli importava il carattere delle persone, l’anima. Figurati, quando da piccolo mi leggeva i fumetti della Marvel, i miei preferiti, mentre io volevo essere l’Uomo Ragno lui diceva che sceglieva Hulk, perché si vedeva che era un uomo che aveva sofferto. Dico un’assurdità: mio padre era un comico, ma serio».
Walter Chiari morì pochi giorni prima del Natale del 1991, nel residence dove da anni si era ritirato, il Siloe di via Cesàri, dietro al Niguarda. «Quando due persone sono molto simili, come lo eravamo io e mio padre, senti se sta per succedere qualcosa. Negli ultimi tempi mi ero trasferito da lui. Non so spiegarlo, ma sapevo che se ne stava andando. Quel giorno gli avevo chiesto dei soldi per andare a sciare con gli amici. Ci credi? Mi disse che il denaro che aveva lo doveva usare per preparare i suoi funerali che dovevano essere grandiosi, che avrebbe speso tutto “così a te non ti lascio un cazzo”, rideva».
I funerali di Walter Chiari, che oggi è al Famedio, tra i milanesi illustri, avvennero giusto qualche giorno prima dell’inizio di Tangentopoli: furono l’ultima parata del Psi milanese, con sindaco Pillitteri in testa. Fu lui a pagare le esequie, mentre Simone dovette vendere un Ligabue di famiglia per pagare le tasse di successione. Papà non gli aveva lasciato un cazzo di soldi. Ma una risata che ti porti dentro per sempre, quella sì.