«Mio papà Bompiani ignorato da Milano»

«Dovevano dedicargli una via, invece non se n’è fatto nulla»

Su di sé, rispetto alla vita e al mestiere di editore, scrisse un paio di libri. Di sé, rispetto al suo carattere, disse una cosa sola: «Sono un uomo disponibile e quasi mai disposto».
Elegante in ogni occasione e autoritario solo in quelle speciali, entusiasta per natura e discreto per educazione, portamento da ufficiale e baffetto da dandy, Valentino Bompiani per mezzo secolo in Italia è stato il signore-padrone del libro. Un potere che ha condiviso con Mondadori ed Einaudi, più artigianale rispetto al primo (capitava che disegnasse le copertine dei libri sulle scatole delle sigarette, le Turmac), meno ideologico rispetto al secondo (aveva un’idea più ampia dell’impegno, suggeriva idee invece che imporle), sempre rispettando un’unica regola: seguire la propria natura, nel bene come nel male.
Nel bene come nel male, Valentino Bompiani ha deciso gran parte delle letture della nostra, della precedente e forse anche della futura generazione: gli americani (sbarcati nel suo catalogo prima ancora che gli Alleati sbarcassero in Sicilia, da Caldwell a Steinbeck, da Hemingway a Cain a cominciare dalla celebre antologia curata da Vittorini nel 1941), gli italiani (allora semi-sconosciuti, oggi dei classici: da Alvaro a Bontempelli, da Brancati a Pratolini, da Piovene alla Ortese fino ad Alberto Moravia) e parecchi futuri premi Nobel (diciassette in tutto, frutto del suo celebre motto: «Scegli un autore dieci anni prima che diventi famoso»). (...)