«Il mio Pietro? Un uomo dal cuore grande»

da Milano

Ci sono molti motivi per non dire il nome e il cognome della donna che sta accanto a Pietro Maso, che lo ospita nei suoi permessi, che dorme accanto a lui, che lo accompagna nel suo ritorno nella normalità: perché forse la sua famiglia non capirebbe, perché si troverebbe le telecamere davanti al lavoro e forse neanche la sua azienda apprezzerebbe. E soprattutto perché lo chiede lei: «Credo che questa storia riguardi soltanto me e Pietro. E se lui non può sfuggire ai riflettori dei giornali, io credo di avere il diritto di starne lontana».
È smilza. Capelli e occhi neri. Ha trentasei anni, uno in più di lui. L’aria tosta, combattiva. Alle spalle ha una famiglia di solida borghesia milanese, ma anche una vita che ha voluto costruire e gestirsi da sola. Fino alla scelta di ospitare a casa sua un uomo il cui nome evoca per tutta Italia, a dispetto del tempo passato, un delitto terribile.
Com’è, Pietro Maso?
«Potrei dire: una persona normale, normalissima. Uno come lei e come me. Ma forse non renderebbe fino in fondo giustizia a Pietro, all’uomo che è diventato».
Perché? Che uomo è diventato, Maso?
Lei abbassa le maniche del golf, si accende un’altra sigaretta, guarda dritta negli occhi e dice:
«Pietro è una persona di buon cuore. Di grande cuore».
Non è una cosa facile da dire per uno che sa la storia di Maso.
«Me ne rendo conto. Ma perché non si riesce mai ad andare aldilà degli schemi, delle verità precostituite, fissate una volta per sempre? Come si fa a non capire che una vita è fatta di tante cose, e anche da uno sbaglio, anche dal più grave degli sbagli, si può partire per diventare delle persone migliori?»
Come può accadere di diventare la fidanzata di un uomo che ha trascorso gli ultimi diciassette anni della sua vita in carcere?
«Tanto per cominciare, non sono affatto la sua fidanzata. Sono un’amica, una persona che ha deciso di stargli accanto in un percorso».
Okay, ma come lo ha conosciuto?
«Non gli ho mandato una lettera in carcere dopo averlo visto in televisione, se è questo che vuole sapere. Ci siamo incontrati durante una delle sue licenze, quando era ospite di Telepace, la comunità di don Mario Todeschini».
Don Todeschini è stato, negli ultimi anni, una sorta di padre spirituale di Maso. Che rapporto ha con lui?
«Don Todeschini è una persona straordinaria. Credo che non si possa capire il percorso che è riuscito a fare Pietro in questi anni se non si conosce don Todeschini, il rapporto che è riuscito a instaurare con Pietro... Ma c’è un’altra cosa che vorrei dire».
Prego.
«Io credo che, dopo tutto questo tempo, anche Pietro Maso abbia diritto di essere lasciato in pace. Non ci si rende conto che ogni volta che si risbatte Maso in prima pagina non si fa del bene al suo percorso di reinserimento, e si rende più difficile la vita a tutti quelli che lo stanno aiutando. Io sono sicura di me stessa e del mio rapporto con lui, ma come faccio a farlo capire a tutti quelli che mi stanno intorno se ogni volta che a Maso accade qualcosa questo finisce sui giornali e si ritorna a parlare di una cosa successa diciassette anni fa? Io purtroppo non sono affatto sicura che se il mio datore di lavoro sapesse che sono amica di Maso mi permetterebbe di continuare ancora a lavorare per lui. E credo che anche spiegare tutto ai miei familiari potrebbe essere difficile. Io credo che l’unica condizione perché Pietro possa completare il suo percorso di reinserimento sia un po’ di silenzio. Dopo diciassette anni passati in carcere forse ne ha diritto anche lui».
Spegne la sigaretta e se ne va, perché' non ha altro da dire né su Maso né su se stessa. E da duecento chilometri di distanza, a chiedere che su Maso scenda il silenzio è anche don Todeschini: «Francamente, non sapevo che Pietro avesse trascorso il permesso a casa di una ragazza... Ma se è così, credo che la cosa migliore sia che non se ne parli. Insomma, neanche al Papa si corre dietro come a Maso. Io lo frequento con continuità e posso garantire che il cambiamento di quest’uomo è stato un cambiamento di profondità estrema. Pietro sa benissimo quello che ha fatto, detesta averlo fatto e sa che si tratta di un peso che si porterà dietro per sempre. Lasciamolo stare, una buona volta per tutte. Anche perché ogni volta che si torna a parlare di lui viene dipinto nei modi più assurdi, a volte sembra di trovarsi di fronte alle imprese di un burattino, di un pezzo di legno. Invece siamo davanti ad un uomo. Un uomo vero».