Il mio primo giorno in Aula tra dubbi e l’incubo dei tacchi

Insomma, fra una votazione e l’altra, la mia verità da primo giorno di parlamentare è una sola, anche se cerco di esorcizzarne la potenza con i particolari, le battute, le notizie sugli amici, i commenti sui vestiti. Non è solo emozione, è commozione. Del resto, Giorgio La Malfa che è in quest’aula da trentasei anni me lo conferma: «È sempre diverso, sempre molto forte».
Forte, come quando a 16 anni mi tagliai la treccia, come quando mi sono laureata ormai adulta accompagnata da mio figlio e da mia madre, come quando sul confine di Israele col Libano la foresta era in fiamme, gli hezbollah seguitavano a bombardare, e noi giornalisti restavamo là, per raccontare.
È la commozione della responsabilità di essere parte di una pattuglia, il Parlamento, che deve rappresentare tutti gli italiani e di più, oggi, nel pieno di una svolta storica che sento sulla mia pelle, che ho voluto profondamente, quella in cui il politicamente corretto deve rovesciarsi in verità, e non ci sono scuse. O ce la faremo - e ce la faremo, ci diciamo fra amici con qualche pacca sulle spalle -, oppure sarà solo colpa nostra. La gente ha parlato: noi siamo una folla variegata, per mestieri, linguaggio, età. Souad Sbai, Eugenia Roccella, io, ci stringiamo le mani e ci felicitiamo, ridiamo del primo tailleur con giacca scura da onorevole, ci lamentiamo delle scarpe col tacco.
Come in un film epico, sullo sfondo del nostro affaccendarsi e chiacchierare, si svolge la scena madre, quella del passaggio di Berlusconi e di Fini assediati dai giornalisti nel Transatlantico; mi ricorda quando Craxi, inseguito da me negli anni Ottanta, nello stesso grande corridoio, mi prendeva in giro dicendomi: «Tu lo sai di già perché sei del Mossad» e io gli rispondevo: «Magari». L’altra scena imperiale è quella della rapida comparsa di Alemanno, venuto per l’ovazione e le dimissioni, mentre la sinistra si avvilisce e si accascia dignitosamente sulle poltrone diventate così poche in assenza dei comunisti. Subito vicino alla sinistra, le cravatte verdi della Lega. E ovunque molte donne, ma, ci dispiace per la curiosità del lettore, senza nessuna civetteria o stravaganza particolare, senza nessun abito eccessivamente femmineo. Mi sembra che ognuna, a destra e a sinistra, come me, si sia procurata un suo modesto tailleur classico. Anche delle gran belle donne come Gabriella Carlucci ormai alla terza legislatura, si parla per raccontare la sua gloriosa campagna elettorale in Puglia, di Paola Pelino perché ha vinto a Sulmona, delle belle ragazze sotto i 30 come Pina Picerno, Marianna Madia, Barbara Mannucci, perché sono tutti capaci e desiderose di fare. E non a caso, tutte vestono il tailleur.
Il mio «catafalco», ovvero la cabina del voto, è l’ultima di quattro in alto verso la presidenza: i catafalchi furono un’invenzione di Marco Pannella nel ’92 quando l’elezione di Scalfaro era in pericolo a causa di sbirciatori e franchi tiratori. Adesso quella specie di piccola grotta marrone mi aspetta per il mio primo voto da parlamentare del Pdl: si vota Fini per presidente, e di sicuro non si raggiungeranno i due terzi. Quindi, aspetteremo ore e ore immersi nella grande novità del Parlamento in cui siamo circa 340 a 275, con molto tempo per conoscerci specie noi nuovi. Nuovi per ben il 40 per cento degli eletti. Tempo per guardarci intorno, per interrogarci dal profondo sulla grande svolta che si è spalancata davanti a noi e anche per chiedere sciocchezze da neofita. Mi scopro a domandare a un collega che sa tutto, Peppino Calderisi, se non sarà buio nel catafalco, se mi devo portare la penna. Domanda da psicanalisi: la penna, la mia biro da giornalista senza la quale non sono niente fin dall’età di vent’anni. E il buio. Peppino ride mentre si arriva a Gatti, Gava, Gelmini e allora mi metto a interrogarlo su quattro secoli interi di esistenza sotto svariate spoglie del palazzo di Montecitorio, e che ci fece Bernini nel 1650, e come fu sventrato dopo il trasferimento a Roma della capitale del regno per farne un luogo dalla pessima acustica, caldo e freddo finché poi fu riformato da Ernesto Basile. Peppino alla fine mi allunga un libretto e mi avverte: «È tutto vero fuorché il nome di Fausto Bertinotti come presidente della Camera». Paolo Guzzanti mi incoraggia con memorie antiche: «Ma dài, sai già tutto, hai fatto il cronista parlamentare per Paese Sera e per l’Europeo». Già, ma quando nel rosso, nel bronzo e nel mogano dell’emiciclo si arriva a Nico, Nicolais, Nicolucci, salgo fino al quarto sarcofago e mi ritrovo dentro a votare sentendo salire al petto e poi su fino agli occhi ciò che fin dal primo mattino ho cercato di esorcizzare ascoltando le notizie della radio israeliana prima e poi la rassegna stampa di Bordin a Radio radicale: sento d’un tratto un’onda di orgoglio, di emozione, di paura, penso al senso di una lunga avventura che spero cancelli ogni chiacchiera sulla casta e sulle sue mollezze e disonestà. Penso alla mia famiglia, a mio padre che se n’è andato da poco, e che forse con aria ironica mi avrebbe chiesto ieri: «Nu? Dunque? Che ti ha detto D’Alema?».
D’Alema non mi ha detto niente, ma ci sono molti colleghi della sinistra che cortesi e solleciti si alzano dagli scranni su cui di prima mattina sedevano sconsolati per socializzare, parlare con noi, parlare con me di politica estera, chiedermi come mi trovo. In genere il primo giorno, nel pieno dello choc, probabilmente li aiuta a uscire dai meri panni della politica, li spinge alla comunicazione: salvo che nel momento dell’applauso a Alemanno la destra è felice ma non giubila maramaldeggiando, e la sinistra è depressa, e tanto, ma parla fitto fitto con tutti, come in un rito liberatorio.
Ma c’è poco da fare: anche se Souad, Eugenia e io alla fine di questa lunghissima giornata ci interroghiamo di nuovo su come resistere con quelle scarpe per tutto il giorno, la storia è accucciata silenziosa come un grande felino in agguato su questa giornata del 29 aprile, l’inizio della Terza Repubblica. Quella in cui l’Italia ha osato tanto, ma tanto, quanto non aveva mai osato prima.