«Il mio Riina non è un eroe ma neppure il male assoluto»

Claudio Gioè, interprete del boss mafioso, risponde alle accuse rivolte contro la serie in onda su Canale 5

da Milano

«Vorrei sapere quanti dei politici che oggi ci accusano di essere stati troppo teneri nel ritrarre Totò Riina, in passato hanno avuto il coraggio di alzarsi in piedi e denunciare la mafia». S’indigna Claudio Gioè quanto sente dire che il boss sanguinario che interpreta nella fiction Il capo dei capi sembra «uno sfortunato figlio di Sicilia con la faccia simpatica»: così l’ha definito nei giorni scorsi il presidente della commissione giustizia della Camera Pino Pisicchio, provocando la reazione polemica anche del produttore dell'opera Pietro Valsecchi. Palermitano doc, insieme con l’accento siculo Gioè conserva intatta la memoria di tanti eventi traumatici e sanguinari che hanno sporcato la sua bella terra. «Condannare oggi la mafia è facile», continua. «Non lo era altrettanto quando giornalisti come Pippo Fava venivano ammazzati perché attaccavano Cosa nostra».
Gioè, in questo caso si discute perché nella fiction, in onda il giovedì sera su Canale 5, tra sparatorie e facce atterrite emerge quasi come una giustificazione l'infanzia dura e tormentata di Totò Riina...
«Se avessi interpretato Riina come l’incarnazione del male assoluto, facendone un santino al negativo, non avrei reso giustizia alla cronaca. L’obbiettivo andava puntato anche sulle pieghe culturali e sociali che hanno fatto gioco alla crescita della mafia. Noi volevamo ripercorrere l’ambiguità della storia siciliana e italiana dagli Anni 60 in poi».
È vero che tanta crudeltà è maturata in un posto e in un’epoca particolari, ma Riina ha sempre scelto il male.
«Le responsabilità delle scelte personali rimangono. Anche Biagio Schirò, il poliziotto interpretato da Daniele Liotti che rende omaggio a tutti coloro che hanno dato la caccia al criminale, ha subito ingiustizie. Ma ha scelto di perseguire il bene».
La sua prima preoccupazione, ha dichiarato in un’intervista al settimanale Tv Sorrisi e Canzoni oggi in edicola, è stata quella di non fare apparire il personaggio un eroe. Come si fa? «Attuando una sospensione del giudizio. E cioè, mi sono sforzato di non giudicare Riina per potermi immedesimare in lui e riuscire così a rendere la sua malvagità. È la tecnica che utilizzano gli interpreti dei grandi cattivi della letteratura, da Riccardo III a Macbeth».
Le maschere shakespeariane affascinano il pubblico di tutto il mondo da secoli. Riina purtroppo non è il parto dell’attività cerebrale di un eccelso drammaturgo...
«Io consegno il personaggio alla coscienza di chi lo guarda. Nelle prossime quattro puntate i telespettatori scenderanno nei meandri dell’inferno scatenato da quell’uomo. Dopo averlo visto stappare una bottiglia di champagne per festeggiare la morte di Giovanni Falcone, non credo che potranno ammirarlo. In fondo, questa fiction è una specie di esame di coscienza collettivo».
Da palermitano, com’è stato interpretarla?
«Dura, ogni parola del copione mi richiamava alla mente le violenze che hanno martoriato la mia città da quando sono nato. Con gli altri siciliani del cast abbiamo cercato di rendere al meglio quegli anni oscuri».
Nonostante le polemiche, la serie piace: giovedì scorso è stata vista da quasi sette milioni di italiani. Che cosa ne pensano i suoi conterranei e amici?
«A Palermo la seguono tutti. Anche perché Il capo dei capi dipinge la realtà quotidiana della mafia, che tante volte mette da parte i fucili e le bombe e si nasconde dietro il sorriso ipocrita di quella che pensavi fosse una persona per bene». L’epopea della «peggio gioventù» del nostro Paese non è finita. È in cantiere un film sulla vita di Renato Vallanzasca, noto per l’eleganza impeccabile, i bei lineamenti e la ferocia inaudita. «Non è una novità, abbiamo anche visto film sull’infanzia e gli amori di Hitler e di Mussolini. Far capire ai telespettatori che cosa passa nella testa dei grandi criminali è importante quanto raccontare il coraggio dei partigiani».
Quali sono i suoi progetti futuri?
«Il 14 e 15 novembre andrò in scena a Palermo con L’istruttoria, lo spettacolo teatrale scritto da Claudio Fava (uno degli sceneggiatori della fiction su Riina), con estratti del processo dell’omicidio di suo padre Pippo. L’8 gennaio lo porteremo all’Ambra Jovinelli di Roma».
Ha recitato nella fiction intitolata a Paolo Borsellino, nel film I cento passi che racconta l’eroica e tragica crociata contro la mafia di Peppino Impastato. Sta diventando un attore impegnato?
«Interpreto i ruoli che più mi piacciono, tra quelli che mi vengono offerti. Se s’intende che per ognuno mi impegno al massimo, allora sì».