Il mio slalom quotidiano fra mille trilli indesiderati

Mi chiedono ogni giorno: «Perché non lo usi?»

I l Nokia, all’apparenza, è un bel telefonino. Almeno a giudicare dall’immagine che campeggia sulla confezione. Da quando il Giornale me l’ha consegnata come benefit aziendale, non l’ho mai aperta e quindi non posso dire se l’oggetto in effigie corrisponda realmente a quello celato nel pacco.
«Ma come - domanda mia moglie, spalleggiata dalle figlie -, ti regalano un telefonino e tu non lo usi?». Il quesito (che ormai da anni mi viene rivolto con una frequenza media di 5-6 volte al giorno) è sempre accompagnato da una malcelata occhiata di commiserazione che - nelle intenzioni - vorrebbe spronarmi a «redimermi», ma che invece sortisce solo l’effetto contrario. Perché io senza cellulare vivo benissimo. Non potrei mai sopportare una telefonata mentre sto facendo qualcosa di molto privato, per poi essere costretto a rispondere come quel personaggio di Verdone («No, non mi disturba affatto...») interrotto dal fatidico squillo mentre sta facendo l’amore.
Ma ciò che mi ha davvero convinto a rimanere fuori dal tunnel del telefonino è una valutazione - diciamo così - di carattere estetico-comportamentale. Quando infatti uno parla al cellulare si trasforma, suo malgrado, in una macchietta; la metamorfosi avviene in tempi e misure variabili a seconda dei soggetti, ma alla fine non risparmia nessuno. Basta osservare le migliaia di persone che circolano a piedi o in auto col telefonino attaccato all’orecchio e le tante altre - e qui il discorso si fa scabroso assai - che ti blaterano addosso in ambienti dove dovrebbe regnare, se non il silenzio assoluto, quantomeno la buona educazione. Invece il telefonino resta in funzione sempre e comunque. E non mi si venga a dire che il cellulare serve anche per cose serie. La statistica (non ufficiale) secondo la quale il 90% dei proprietari di telefonini usa l’aggeggio per dire: «Sto arrivando a casa, butta giù la pasta...» è una sacrosanta verità. Lo verifico ogni giorno nella mia redazione, dove si brandiscono i cellulari per comunicazioni di fondamentale importanza di cui ho preso rigorosamente nota. E ora è arrivato il momento di vuotare il sacco.
La collega alle mie spalle sapete come usa il telefonino? Per dire a suo marito: «Ghi, (nomignolo amorevolmente affettuoso ndr) ricordati di comprare lo yogurt e il detersivo. Quello di marca, non quello scadente...». Alla stessa scrivania, prima di lei, c’era un’altra collega che il telefonino lo usava per spiegare in presa diretta alla tata come, dove e perché dare la pappa al piccolo: «Luna hai capito? Aspetta che te lo rispiego...». E noi lì a sciropparci tutta la minestrina minuto per minuto.
Le cose non vanno meglio con i colleghi maschi, come ad esempio quello che sta nella stanza a fianco: lui parla al cellulare con un tono di voce così alto che è come se ti stesse urlando direttamente nelle trombe di Eustachio: «Facciamo un lavoro massacrante e guadagniamo meno di un tranviere!!!».
Io, usare il cellulare? Piuttosto mi butto sotto il tram.