«Il mio testo è politico Ma l’ho detto al Pd: non è il vostro inno»

nostro inviato a Sanremo

«Un caffè Hag, per favore». Roberto Vecchioni ha patito questo Festival più di una maratona. Quando gli hanno annunciato la vittoria, quasi è svenuto: «Un calo di zuccheri», dice. Ma poi è rinvenuto, insieme alla sua immagine. Ha vinto con un brano che è più politico di quanto (abilmente) ha detto, e ha aperto la strada a una generazione, quella dei cantautori vecchio stile, che vedevano il Festival come la peste e adesso probabilmente torneranno a Canossa.
Vero professore?
«Credo di aver aperto la strada. Guccini no, probabilmente non verrà. Ma Fossati e Conte potrebbero farlo. E anche Vasco Rossi».
Ma perché voi della vecchia guardia non ci siete mai andati?
«Ci sono tanti motivi. Il meno importante è la nostra sorta di aria di superiorità o di presunzione».
E il più importante?
«La timidezza e la paura di confrontarsi con un macchinone».
Lei è arrivato qui con un testo politico: operai senza lavoro, morti in guerra, studenti anestetizzati.
«Testo molto politico. Ma non partitico. Insomma, non diventerà l’inno dei Pd».
Sicuro?
«L’ho detto anche ai Pd che non voglio strumentalizzazioni. Non voglio che nessuno metta le mani politicamente su questo brano».
Quando debuttò qui a Sanremo nel 1973 la sua canzone era molto più pacata di questa.
«Allora bisognava usare gli idranti, visti i tempi. Pensi che io ero considerato addirittura un fascista da Lotta Continua e Potere Operaio. Oggi invece si può usare l’accendino e si può parlare chiaro. Dopotutto siamo a Sanremo, no?».