«Il mio Vallanzasca merita una nuova vita»

«Sapesse l’ultima volta che ci siamo visti quanti baci mi ha dato. Speriamo nella grazia»

da Milano

Gli occhiali sono appoggiati sul tavolo della cucina. «Renato li ha dimenticati qui sabato, quando è venuto a trovarmi, scortato dagli agenti». Antonella si commuove. «Siamo rimasti a parlare a lungo e a un certo punto mi ha detto: “Sai, io voglio dimostrare di poter essere il numero uno anche senza pistola”». Nel bene come nel male. Certo, non è facile cominciare una seconda vita quando nella prima si è sparato e ucciso fino a diventare il simbolo del crimine, un sostantivo sinonimo di gangster. Renato Vallanzasca è un nome che si porta dietro una scia di lutti e pianti, ma a 57 anni, dopo trenta e passa di carcere, chiede un’altra chance. E per lui la invocano le due donne che gli sono rimaste vicine, mentre il tempo gli toglieva quel ghigno malandrino e l’euforia dal nemico pubblico numero uno: Antonella D’Agostino, la fidanzata, e Marie, la mamma.
Antonella ha gli anni di Renato e abita in un appartamentino della periferia milanese, a due passi dal cimitero di Musocco. Marie vive in una casa di riposo, non molto lontano. Minuta, quasi invisibile, si appoggia al girello per camminare, ma quando parla smette di incespicare: «Ormai è due anni che Renato ha presentato la domanda di grazia e io aspetto una risposta da parte dello Stato. Lo dico a bassa voce, io ormai ho novant’anni e non mi rimane molto da vivere. Come mamma, credo di aver diritto ad una risposta, anche negativa». Marie ha un’aria trasognata, poi le lacrime offuscano la vista: «Quando è uscito da casa tua - chiede ad Antonella con tutto il candore di una mamma - gli hanno messo le manette?» Antonella risponde con un breve cenno della testa, poi apre un pacco: dentro ci sono le riviste che ha portato alla mamma di Renato per farle passare il tempo. Marie torna indietro con la memoria: «Ho sbagliato quando Renato era bambino, avrei dovuto tenerlo con me, invece io e mio marito avevamo un negozio, una maglieria in via Porpora e lo mandammo dalla zia al Giambellino. Lì cominciò il disastro: entrava e usciva dal Beccaria. Ha passato quasi tutta la vita in carcere».
Accumulando ergastoli su ergastoli. Non gli basterebbero due vite per scontare quella pena. Antonella spera in una soluzione diversa: «Lo conosco da quando eravamo ragazzi, più di quarant’anni fa. Gli sono stata vicina discretamente, come un’amica, per tanto tempo. Poi negli ultimi anni abbiamo capito che il rapporto fra di noi era cambiato, era scoccata la scintilla dell’amore. Vorrei essere chiara - Antonella sfodera un sorriso disarmante - io non sono una delle tante donne che Renato ha ammaliato e collezionato col suo fascino da duro. Lui su di me non ha mai esercitato questa attrattiva; io sono semplicemente una donna che gli era amica quando era ragazzo o aveva sprazzi di generosità che mi commuovevano: dava tutto quello che aveva in tasca al barbone che chiedeva l’elemosina in mezzo alla strada; questo è il Renato che mi colpì e che ho ritrovato tanti anni dopo. In mezzo ho vissuto la mia vita: sono stata sposata, ho divorziato, ho perso tragicamente un figlio, ho sempre lavorato».
Antonella prende una lettera che Renato le ha scritto dal carcere di Opera dov’è stato trasferito circa un anno fa: «“Sono decisamente felicissimo che il nostro amore fraterno abbia subito questa straordinaria trasformazione... ci ho messo un bel po’ di tempo a capire che tu mi amavi, non come la mia sorellina piccola. Ero felicemente sconcertato. È vero che in fin dei conti il nostro fantastico e quarantennale rapporto non si modificava che in minima parte, ma devi convenire che quella minima variante era di portata eccezionale”. Ecco, lui dice che “di testa gli sono sempre piaciuta da morire”. Non ho ben capito cosa vuole dire, se è una cosa positiva o no». «Certo - la interrompe Marie - se uno prende la testa, vuol dire che accetta tutto, proprio tutto. Io credo che mio figlio abbia finalmente trovato la donna giusta. Sarei così felice se gli dessero la grazia».
La seconda chance: «Fuori dal carcere, potrebbe sposare Antonella. Io potrei godermelo per quel poco che mi resta da vivere». Marie si alza, cerca il girello, comincia a spingere. Si ferma e sorride: «Sapesse, l’ultima volta che ci siamo visti quanti baci mi ha dato. Centinaia di baci». Antonella la accompagna in camera: «Speriamo nella grazia. Ma dopo due anni, l’importante è una decisione. Se sarà un no, Renato inizierà un percorso diverso: quello che passa per il lavoro esterno con tutti i benefici previsti dalla legge Gozzini». Torna a casa: accarezza con lo sguardo la custodia degli occhiali di Renato e mostra un volume dattiloscritto: «Lettera a Renato», verrà pubblicato nei prossimi mesi. «È la storia di questo amore venuto allo scoperto dopo una vita: speriamo di coronarlo al più presto. A casa nostra».