Miracolo d’agosto: Napoli per un mese fa tacere le armi

Marcello D’Orta

Ogni anno, sul numero di italiani rimasti in città c'è un balletto di cifre (stavo scrivendo “guerra”, ma certe parole è meglio usarle quando sono proprio indispensabili). Per esempio, qualche estate fa, l'Osservatorio di Milano dichiarava che il 33% dei bolognesi era davanti al televisore di casa o passeggiava per piazza San Petronio, ma secondo Telefono blu si trattava del 28%. La differenza era anche per Milano, Firenze, Roma e le altre grandi città, con scarti anche considerevoli. Poi c'era la Federazione dei pubblici esercenti della Confcommercio, che forniva altri dati. Insomma ognuno, prima di addormentarsi, contava le pecore a modo suo. Quest'anno suppongo che la “verità” la conosca soltanto la Questura, a causa del rischio attentati.
Come che sia, a Napoli è la munnezza l'osservatorio privilegiato. Essa è il nostro punto di riferimento per ogni statistica riguardante la città (per esempio il numero dei disoccupati, l'andamento del commercio, il turismo eccetera). Noi partenopei siamo esperti, fini intenditori, dotti conoscitori della spazzatura, e nella spazzatura leggiamo passato presente e futuro, come gli aruspici romani leggevano il destino nelle viscere animali. Questa approfondita conoscenza ci deriva dai quattrocento giorni all'anno di sciopero della nettezza urbana o delle ditte preposte allo smaltimento dei rifiuti. Ci sono periodi in cui l'immondizia è tanta che ne diventiamo riflesso, come d'Annunzio diventava «silvano» nella «Pioggia nel pineto».
Naturalmente questo non riguarda solo il capoluogo, ma i comuni limitrofi. Ad Acerra, per esempio, l'immondizia è un tale chiodo fisso che il sindaco ha pensato di battezzare la statua che si dice miracolosa «Madonnina dell'inceneritore». All'immondizia noi partenopei diamo del tu, essa ci risponde e ci rivela verità sacrosante. Così ci assicura che per questa fine di agosto, i napoletani rimasti a casa sono quasi la metà di quelli indicati dai vari istituti di ricerca.
Mi dolgo per il fatto d'essere rimasto (quasi da) solo in città? Niente affatto. Anzi, esulto. Sperimento con gioia la cosiddetta «sindrome del sopravvissuto», quella forma di solidarietà che scatta tra i superstiti dell'esodo agostano e che porta la gente ad essere più gentile, più disponibile, più paziente che nelle altre stagioni dell'anno, a farsi in quattro per rilasciare informazioni o concedere favori, a salutarsi per strada anche se non ci si conosce.
A Napoli, undici mesi l'anno, viviamo giorni furiosi, siamo tutti Montecchi e Capuleti, tutti Guelfi e Ghibellini, tutti Bartali e Coppi, ci mandiamo a quel paese (quando non addirittura all'altro mondo) in continuazione. Ma ecco che a metà agosto accade il miracolo: si entra in un bar e si è accolti con ampi sorrisi, si va dal fruttivendolo e questo ti racconta la propria vita (se è presente la moglie, a momenti te la dà in prestito). E poi si scoprono bellezze architettoniche insospettate: Napoli, liberata dai mille panni stesi alle finestre, dalle auto parcheggiate sui marciapiedi, dalle bancarelle dei cinesi che invadono la strada, fa l'effetto della «Città ideale» del Laurana.
Intenso ma breve godimento: nell'aria odo già il ruggito delle mille e più belve di ritorno.