Il miracolo della Ferrari: lavoro e fortuna

Benny Casadei Lucchi

nostro inviato a Montreal

Ha vinto Kimi Raikkonen, e fanno tre, ma solo gli dei delle corse sanno come diavolo è riuscito a vincere anche Michael Schumacher e con lui la Ferrari, e con loro persino Barrichello, partito ultimo, di più, partito dai box, e finito sul podio. Perché anche senza la vittoria vera, due Rosse ad ascoltar inni, seconda e terza – e non accadeva dal Gp d’Italia, anche se allora fu primo e secondo – sanno di trionfo, magari di serie B, ma pur sempre trionfo.
Solo gli dei delle corse sanno come diavolo sono riusciti i ragazzi rampanti a issarsi sul podio: forse spinti dal loro lavorare senza riposo e dall’astuta strategia dei box, leggero come una piuma Schumi (tre soste), pesante come un bisonte Barrichello (due soste). E poi presi per mano, finalmente, dalla buona sorte, che li ha accompagnati al traguardo, prima camuffata nei panni delle Renault due volte ritirate, poi nelle vesti di Montoya squalificato e, infine, in quelle della provvidenziale safety car - entrata al giro 50 dopo il tocco duro di Button sul muretto – che ha azzerato la corsa del colombiano appena passato in testa dopo il ritiro di Alonso (ma squalificato per manovra scorretta uscendo dal box in regime di safety), ha raggruppato i concorrenti e annullato distacchi proibitivi, restituendoci l’esatto duello di Imola, qualche mese fa. Allora fu Alonso primo e Michael secondo, qui le danze le ha invece menate il gelido finnico in testa al rientro della safety grazie al box che ha scelto il momento giusto per fargli fare l’ultima sosta. Vittoria pesante, la sua, visto che ora sente lo spagnolo più vicino (è lontano 22 punti), ma sente anche Schumi più appresso (distaccato di soli 13 punti). Vuoi vedere che kaiser Michael aveva ragione per davvero, e che il mondiale è tutt’altro che un affare privato del signor Alonso? Raikkonen ne è certo, il popolo rosso vestito un po’ meno, però comunque ci spera.
Riposato come quando dominava, Schumi dice: «Al via sono stato passato sia dalle Renault, sia dalle McLaren, ma non ho sbagliato, colpa della mancanza di trazione, colpa soprattutto del lato sporco della pista». E aggiunge: «Sì, il finale è stato simile a quello di Imola, forse in alcuni punti ero anche più veloce di Kimi, ma in altri no. Attaccarlo? Magari, se non avessi perso del tempo dietro i doppiati. Ho provato però a tenerlo sotto pressione. Certo che se penso a venerdì, a quei tempi, mai avrei pensato di trovarmi così vicino alla vittoria. È innegabile, siamo cresciuti, ma dobbiamo ancora lavorare molto». Questa la prima impresa, la seconda è firmata Barrichello, scattato dal box («per cambiare strategia e mettere più benzina», dirà) e giunto a podio. «In 200 gare non mi era mai accaduto di partire dalla pit lane, ho spinto sempre e sono davvero entusiasta».
Peccato, invece, e peccato grande, per Giancarlo Fisichella che ci ha e si è illuso al comando per trentatré giri, pensando che la iella, tremenda iella che lo segue ultimamente, avesse cambiato obiettivo e continente. Mica vero. Era lì con lui, anche stavolta che il romano aveva saputo illuminarci al via con una partenza da manuale (infilando all’interno Button e Schumi), anche stavolta che dopo il primo pit stop si era ritrovato sempre davanti, con cinque secondi sul compagno Alonso. Eppure, niente da fare: un guasto idraulico l’ha tradito dando il via ad altri duelli. Il primo, durato poco per la verità, fra l’iberico e Montoya (poi squalificato), capace comunque di mettere sotto pressione lo spagnolo spingendolo all’errore, quando, in uscita di curva, è andato a pizzicare il muretto quel tanto per mettersi fuori gioco e far mettere le mani nei brizzolati capelli al povero Briatore. Perché, stavolta, il mondiale si è riaperto per davvero.