Il miracolo di Giustenice: ridare una vita dopo la droga

La testimonianza di una donna che ha visto crollare affetti e andare in pezzi l’azienda di famiglia per colpa della «polvere bianca»

Tre giorni prima di Ferragosto - 2001 - suor Piera mi telefona da Giustenice. Saluti ed auguri rituali - festeggiamo l'Assunzione, non tanto la «festa» di Ferragosto - poi mi chiede con dolce insistenza -, se posso darle una mano a risolvere una certa grana. Questa suora battagliera ha bisogno d'aiuto e chiede dove può. Anche al sottoscritto.
Facciamo un breve passo indietro per spiegare cos'è Giustenice, non possiamo darlo per scontato. Giustenice è una graziosa frazione di Pietra Ligure, posta a circa quattrocento metri sul livello del mare e affogata nella macchia mediterranea. La solita storia della Liguria, più bella all'interno che non sulla sfruttatissima costa.
A Giustenice vive - è il caso di dirlo -, «vive» una comunità di recupero per tossico dipendenti. Ma non è la solita comunità e non sto a spiegare cosa significhi la solita. A me interessa parlare di questa comunità insolita e gemella di altre cinquanta sparse in tutto il mondo. Insolita per certe sue peculiarità. Vediamole.
Dunque queste comunità, inventate da Suor Elvira e da Suor Piera e dallo Spirito Santo, prevedono una cura piuttosto singolare per far risorgere i drogati.
Anche in queste comunità, ovviamente, si lavora sodo per scaricare energie e per recuperare se stessi in umiltà, sdrogandosi, non col Metadone, ma con un serio impegno nel lavoro, manuale soprattutto. Ma fin qui nulla di nuovo, questa è una costante di tutti i centri di recupero, salvo la faccenda del Metadone, e non è poco... La vera cura di Suor Elvira e del suo clone Suor Piera, consiste nel rivelare ai drogati che è possibile risorgere a nuova vita. Hai detto niente! Con la preghiera costante e creduta - il Rosario per primo -, la Santa Messa, Adorazioni, Catechesi. In compenso non si vede televisione, non si fuma, non si beve e il sesso fa la stessa fine: non c'è, non se ne parla, se ne fa a meno.
Ohibò, ma questo è un lager! Provate a chiederlo a loro qual'era il lager, il gulag delle loro anime. E qual è la famiglia, la serenità, la pulizia che hanno trovato qui. Chiediamo loro cosa significhi la parola Amore. Avremo da imparare. Dimenticavo la notizia più importante. Le comunità di Suor Elvira sono un altro regalo di Medjugorie, la prima essendo nata proprio in quel povero, dolcissimo paese.
Torniamo a noi. Dicevamo che Suor Piera mi chiede se potrò accompagnare a Paderno Dugnano la mamma di Mauro. Mauro è uno dei tossici attualmente in forza a Giustenice, l'ho rivisto proprio alcuni giorni or sono. La mamma di Mauro arriverà il tredici di Agosto a Giustenice per trovare il figlio ma potrà essere ospite della comunità per non più di tre giorni, perché il sedici arriveranno i genitori di Jancristophe, l'attuale cuoco di turno. E a Giustenice non c'è posto per più dei due persone alla volta.
Dunque mi si chiede di portare la mamma di Mauro a Paderno Dugnano al termine delle sue stringatissime vacanze col figlio.
Mi rendo disponibile, non ci sono alternative, altrimenti la famosa carità va a farsi friggere. Passa veloce il Ferragosto, anzi la festa dell'Assunzione, trascorsa con gli amici, ed eccomi alla calda e assonnata mattina del sedici. Un po' mi disturba l'impegno preso, ora che si avvicina il momento: dovrò rinunciare alla solita pigra giornata di vacanza, alle solite chiacchiere, ai soliti riti agostani. Rifletto, forse è meglio che mi facciano trovare la mamma di Mauro direttamente al casello di Pietra Ligure, evitandomi così due scalate a Giustenice: l'andata e il ritorno. Va bene anche per Suor Piera, troverà qualcuno che me la porti sino al casello e così avviene, con buona pace di tutti ed anche con giustizia.Dare una mano non significa farsi ammazzare, almeno non sempre...
Il viaggetto
Arrivo al casello e trovo Mauro col fratello Stefano e la madre. Si salutano, si abbracciano, le voci un poco rotte:
«Mi raccomando, fai il bravo». «Anche tu, mamma, fai la brava»
Intuisco ciò che già un po' conosco, il dramma vero, quello della madre e il rimorso, già conosciuto, del figlio. Approfondirò durante il viaggio. Questo salutarsi in un torrido pomeriggio d'agosto nell'alienante piazzale di un casello, è il primo bagno nella realtà di questa giornata di Grazia. Reale perché penetri nelle cose vere e non nei capricci. Di Grazia perché quando ti commuovi, anche solo per un poco all'addio di un figlio alla madre, vuol dire che qualcosa di buon c'è ancora nel mondo, nel mio personale quanto meno: basta rendersi disponibili e lasciarsi andare.
Siamo in viaggio. All'inizio mio imbarazzo nel tentare qualche domanda per saggiare il terreno. Poi si sciolgono le lingue e scopro la saggezza, il dolore e la vita di questa madre battagliera, ormai settantenne. Ha con sé un borsone e un cestino con verdure e frutta donatole da Suor Piera. Nient'altro. Mi vergogno della mia Volvo con sedili in pelle, aria condizionata e cambio automatico, ma questo però farà sentire la mamma di Mauro una signora.
Rifletto sui miei capricci, le piccole litigate, i bronci e le fughe e le tristezze. Vergognarci, dobbiamo vergognarci dei nostri risibili problemi.
Gli unici veri problemi di questi miei ultimi anni sono stati la depressione, il fallimento del matrimonio di mia figlia, un melanoma ed ora - siamo nel 2007 - pesanti problemi al cuore.
Il resto baggianate, ma lo diciamo solo quando siamo in crisi o conosciamo una mamma di Mauro...
La macchina corre veloce sull'autostrada deserta e anche questo è un lusso, l'apprezzare la solitudine. E la meta non è Saint Tropez o la Costa Smeralda. No, mi sto dirigendo a Paderno Dugnano, amena località posta a nord di Milano. Ma sono contento, c'è uno scopo, c'è un significato, sono utile.
Ci fermiamo per un caffè e le chiedo se desidera anche una brioche. Non mi devo disturbare: la provvida Suor Piera le ha dato un Kinder Ferrero che mi mostra soddisfatta. Avete capito? Soddisfatta per un Kinder, seppur Ferrero.
Nell'avviarmi verso la cassa, mi rammento che Mauro mi chiese di lasciarle fumare qualche sigaretta. Compro un pacchetto, poi le chiedo se le piace la cioccolata, sì le piace. Allora via con tavolette di cioccolato e pacchetti di sigarette, per farsene una scorta. Un tesoro per lei.
E finalmente cominciamo a parlare.
La loro storia
Come si è accorta che il figlio si drogava? E perché, secondo lei, si drogava? Se ne è accorta il giorno in cui due ceffi le si presentarono a casa - allora aveva una casa, ora non più, lei vive in un ricovero, vedremo più avanti - esigendo duecentomila lire a loro dovute da Mauro per certe dosi non pagate. Cadde dalle nuvole la mamma di Mauro, ma fu la sola. Una cognata, quasi rimproverandola, si meravigliò della sua meraviglia. Scoprì anche che l'altro figlio Stefano, gemello di Mauro, era alcolizzato...Pian piano cominciò a capire tante situazioni strane, l'intorpidimento dei due figli, i silenzi, il lavoro che andava a rotoli, la microattività famigliare per la vendita di calzature, saltata per aria.
Il rimorso di Mauro, quello di aver rovinato la sua famiglia facendo fallire l'aziendina e alienando la casa di loro proprietà. Capito Pannella? Capito Bonino? Capito Livia Turco? Capito Don Gallo? Che il Signore abbia pietà di voi. Chiusa la parentesi.
Dunque un figlio drogato ed uno alcolizzato. E Ambrogio, il marito del quale è ancora innamorata, un debole. Debole perché mostrava i pugni e tutto finiva lì. E lei, con calma a tentare di capire, a mediare a tentare di far ragionare.
Quando parla di Ambrogio piange con la dignità delle persone semplici che considerano non educato il piangere...Ambrogio è stato malato per anni: ictus, sedia a rotelle. Poi l'aziendina allo sfascio, la casa che salta, la miseria in tutto il suo splendore...
Ma i due fratelli continuano: un giorno si picchiano e tutti e due vanno all'ospedale a farsi ricucire. Ma non basta, Mauro ha un incidente col motorino, devono operarlo anche se collassato per overdose. Lo operano al braccio e tutto va bene.
Più tardi Mauro confiderà alla madre che la sera prima dell'intervento si era «fatto», si era cioè procurato una dose e poi si era bevuto una birra, così per essere pronto all'indomani a farla finita sotto i ferri.
Allo stremo
Tutto è perduto, il figlio va e viene dai centri di recupero, un fiasco dopo l'altro. Lei scappa in Spagna dove ha un altro figlio e lì, in Spagna, vive decentemente per due anni. Frizioni con una parente che la insulta e le rammenta continuamente il fallimento della sua vita...
Decide di scappare, di tornare a Paderno Dugnano alla casa che non ha, con il suo Ambrogio sulla sedia a rotelle. Dispone di un milione, fa i biglietti per l'aereo e le restano poche migliaia di lire. Atterra a Malpensa, è smarrita, non sa cosa fare. Prende un taxi, con le ultime trentamila lire, e si fionda a Paderno.
È scatenata. Si reca al ricovero degli anziani e si piazza in portineria affermando che lei e suo marito non si muoveranno di lì sino a quando non li sfameranno e non offriranno loro un letto. Ottiene il permesso, poi vince e riesce ad allungare il permesso e alla fine si installa trionfante con l'Ambrogio nell'efficiente ricovero.
Il travaglio di questi ultimi mesi è il precipitare della malattia di Ambrogio: altro ictus, il cuore spompato, alla fine crisi epilettiche e morte. É mancato, l'Ambrogio , dieci giorni fa, probabilmente mentre io stavo giocando a tennis o in spiaggia con gli amici programmando la serata al ristorante...
Ma il Signore è pietoso, conosce le nostre miserie - «Lento all'ira e ricco di Grazia» - dunque eccoci qua, eccole le ultime giornate della mamma di Mauro: esce dal ricovero per recarsi ogni giorno in ospedale dal marito, ogni tanto fermandosi all'ombra di qualche albero per non svenire. Prima, in fretta si mangia la minestra, serbando la «bologna», il secondo, per dopo, l'avrebbe mangiata in ospedale assieme al marito. Ambrogio, come dicevamo, viene a mancare. Mauro ha il permesso di andare al funerale accompagnato però da un amico di fiducia. In treno, poi col metrò e sempre sotto l'accogliente cappa di afa della Milano con quarantuno gradi.
È troppo stanca
Stanchissima, la mamma di Mauro, si attacca dove può. Continuerà a percepire la sua pensione di 720.000 lire - siamo ancora nel duemila quando c'erano le vecchie, care lirette - e in aggiunta il Comune di Paderno le passa altre 300.000 lire. Sono poche ma conta anche su questo mensile.
Il suo obiettivo è di uscire dal ricovero dove un giorno sì e l'altro pure muore un anziano, dove si respira la morte ma dove anche ha vissuto, bene o male, con suo marito.
Vuole trovarsi un buco da quattro soldi ed aiutare qualche malato ma stando «fuori», arrotondando le sue entrate con i lavori a maglia dove sembra sia brava. Fuori, fuori dal ricovero per costruirsi un barlume di vita autonoma, degno di questo nome. Ed anche per aiutare qualche malato. Capito come va il mondo? Capito? Lei, vuole aiutare...
D'altra parte Mauro sembra sia in dirittura d'arrivo, lo conosco ormai da due anni, è affidabile. L'occhio è sereno, si è rimesso in carne e piange: questo è il lato più positivo, ha preso coscienza di se stesso, ha gli stimoli e reagisce. La mamma di Mauro intravede così delle vie di uscita ed io, per quello che posso, la aiuto a sperare in questa torrida giornata di Agosto a Paderno Dugnano.
Ce la farai, mamma di Mauro e ce la farà anche Mauro. Si parla anche di una certa ragazza, tossica anche lei e attualmente a Saluzzo da Suor Elvira, per la quale Mauro nutre una certa simpatia. Si vogliono bene, vedendosi non più di tre, quattro volte l'anno. A volte la vita...
Pensiamo a cosa vuol dire la parola Amore oggi per tanti, per troppi giovani...
Arriviamo al ricovero
Vuole che l'accompagni a tutti i costi dentro il ricovero; noto la sua padronanza del luogo e il rispetto che le mostrano. Porta a farmi vedere la sua stanza, quella che divideva col marito, una bella stanza ordinata, con qualche suppellettile portato dalla loro ex casa. Ricordi di momenti sereni.
È un attimo, non si trattiene e sfoglia il suo album di nozze, ci tiene a farmelo vedere...
Anche lei si è sposata nel 64 come il sottoscritto, stesse foto in bianco e nero, la moda di allora. Viaggio di nozze a Barzio, la sua espressione di sposa vincitrice nel suo giorno più bello. Tutta la famiglia è ora in quel vecchio album. Sono imbarazzato, dico qualche frase di circostanza - in genere quelle giuste vengono in mente dopo, il solito «Esprit des escalier» - e mi accingo a salutarla.
Si fa promettere, prima di congedarci, che tornerò a trovarla con mia moglie, vuole ricreare una vita anche di relazione, vuol sentirsi viva. Me ne vado guardando il parco dove la mamma di Mauro può fumare in pace, e guardo con tristezza la casa dove è nata e quella dove ha vissuto, nella buona e nella cattiva sorte, col marito ed i figli.
Prima di salutarci mi chiede, con pacioso dialetto brianzolo, un bacetto.
È giusto, è la vita, è la femminilità che vanno rispettate.
Le Frasi tra lei e me
«Guardi però che il mio Mauro non ha mai rubato»
«Preghi per me, ed io pregherò per lei»
«Dio scrive dritto sulle righe storte»
«Il suo Mauro diventerà più forte di molti giovani. É la pietra scartata dai costruttori, ma ben apprezzata da Cristo»
«Non so cosa ho fatto di male ed urlo al Signore: “Perché a me?“. Poi mi consolo piangendo. Faccio male?»
«No, mamma di Mauro, fai bene»
Una possibile conclusione
Chi dobbiamo ringraziare, dicevamo prima, per la tragedia della droga? Pannella e la Bonino che hanno contribuito, e contribuiscono, a portare dolore ed angoscia nel mondo. Che ci diano una sola risposta plausibile per lo scempio da loro supportato in questi ultimi trent'anni, per rovinare i giovani e le loro famiglie. Un brillante viaggio verso la morte attraverso la disperazione, con prima tappa sua eccellenza l'Aborto, seguito a ruota dal Divorzio, dalla Pornografia, dal Commercio degli embrioni ed ora, in dirittura d'arrivo, verso l'Eutanasia. So di essere cristiano, anche se peccatore, e la mia Fede mi dice di perdonarli e di pregare per loro! Sì, pregheremo per loro. Che Dio ci perdoni tutti.