Il miracolo di Lotito «Lazio in pochi mesi dalla B alla Champions»

«La condanna in primo grado alla retrocessione fu un colpo durissimo. Ma ho vinto la battaglia con la giustizia»

Presidente Lotito, la sua Lazio è terza in classifica. Chi l’avrebbe detto quest’estate dopo Calciopoli?
«Non sono sorpreso, ho costruito un organico in grado di confrontarsi con tutti. In pochi ricordano che abbiamo undici nazionali. In più c’è un grande professionista, Delio Rossi. Con lui, come direbbe Foscolo, ho una corrispondenza di amorosi sensi. Una bella famiglia che porta sul campo i valori autentici dello sport e fuori la trasparenza e la moralità. E come dico io, nel gruppo il nonno è Ballotta e il papà è Peruzzi».
Un’altra sfida vinta da Lotito, al quale le sfide piacciono.
«Quando nel 2004 presi la Lazio aveva 550 milioni di euro di debiti. Oggi ne ha trenta, grazie anche al tetto ingaggi, io ho il 61 per cento delle azioni e pago regolarmente stipendi e fisco. Oltre che i giocatori degli anni precedenti per l’eredità del piano Baraldi. Ho riorganizzato tutto e, se posso usare un termine blasfemo, ho cacciato i mercanti dal tempio. Ho voluto Rossi perché incarna quei valori di moralità che ritengo fondamentali. Infine ho vinto le battaglie con la giustizia sportiva, che mi ha tolto la squalifica e con quella ordinaria, con il dissequestro delle azioni da me acquisite. Eppure si cerca sempre il lato negativo di Lotito».
Si riferisce alla contestazione della curva...
«Ce l’hanno con me per interessi che vanno al di là del calcio, ma sono una minoranza critica. Quando sono apparsi striscioni di sostegno allo stadio, c’è chi disse che li avevo fatti mettere io. Poi esiste la maggioranza silenziosa dei tifosi, vicina alla Lazio. Ricordo che per fare il presidente non prendo una lira. Combatto l’assioma “più spendi, più vinci”, ma per la campagna acquisti ho sborsato 41 milioni».
E i risultati stanno arrivando.
«Abbiamo un gruppo di calciatori sicuramente superiore a quello dell’anno scorso, che pure arrivò sesto. Non c’è più Di Canio, elemento che destabilizzava lo spogliatoio, sono andati via Dabo e Liverani sostituiti da altri bravi giocatori, rivelatisi scommesse vinte. E tutto sommato perdere Oddo a gennaio è stato più un bene che un male...».
Dunque, un pensierino alla Champions comincia a farlo?
«I piedi devono restare ben saldi a terra. Mancano dieci partite al termine del campionato e per noi sarano dieci finali».
Il momento più brutto di questa stagione?
«Quando la prima sentenza di Calciopoli ci mandò in B. Io presi subito l’aereo e raggiunsi la squadra in ritiro in Austria. L’impatto sul gruppo fu traumatico, ma Delio Rossi lo tenne unito. Spiegai a tutti che presto sarebbe stata fatta giustizia. Così è stato, peccato però non aver giocato la Coppa Uefa...».
E il momento più bello?
«Sicuramente la vittoria nel derby. Lì abbiamo avuto la consapevolezza di essere forti, ma anche il riconoscimento dei più scettici sulle qualità della squadra e sul nostro calcio».
A Roma si è polemizzato molto per il tuffo di Delio Rossi nel Fontanone del Gianicolo.
«Era solo un fioretto fatto a Suor Paola in una delle tante visite a persone in difficoltà. Perché la cosa bella del tecnico e dei giocatori è che dedicano molto tempo al sociale».
Pandev-Rocchi è a sorpresa la quinta coppia gol del campionato.
«Li ho riscattati con circa 9 milioni e adesso valgono il triplo, ma non sono sul mercato. Pandev è un giovane con grandi margini di miglioramento, Rocchi, mio primo acquisto, può conseguire un grande traguardo a livello realizzativo».
Dica la verità, comprerebbe mai un giocatore della Roma?
«Fermo restando la professionalità e la qualità dei singoli, in forza della mia lazialità non lo farei mai».
Intanto è stato invitato al matrimonio di Rosella Sensi alla vigilia del derby di ritorno.
«Diciamo che tra noi e la Roma c’è un rapporto di buon vicinato. Un asse politico comune non farebbe male, ma ognuna deve essere portatrice della propria storia e delle proprie tradizioni».
Qualche tifoso sogna di raggiungere la Roma al secondo posto...
«Non siamo abituati ai voli pindarici. La Lazio fa il campionato su se stessa e non su altri».
Ha combattuto gli ultrà, da tempo parla di stadi di proprietà. Le prossime battaglie?
«La certezza dei contratti con una penale al calciatore che vuole rinegoziare un contratto già firmato, il rispetto di certi parametri sulla base della licenza Uefa con l’aggiunta di altri obblighi, tipo il pagamento dell’Iva».