Mirko Basaldella, il pastore errante alla ricerca di un museo immaginario

Nelle chiese rupestri le opere dello scultore che creò i cancelli delle Fosse Ardeatine

Alla fine degli anni Venti del secolo scorso si affacciarono all’ambiente artistico italiano tre fratelli friulani destinati, specialmente gli ultimi due, a notorietà internazionale: Dino, Mirko e Afro Basaldella. Di Mirko (1910-1969), allievo di Arturo Martini a Monza e grande amico di Corrado Cagli, è aperta fino al 14 ottobre a Matera, nelle chiese rupestri di Madonna delle Virtù e di San Nicola dei Greci (dove sono esposte le sculture monumentali) e di Palazzo Pomarici, sede del Museo della Scultura Moderna e Contemporanea (che accoglie i piccoli bronzi e i disegni), una vasta retrospettiva che dell’artista ripercorre il quasi quarantennale itinerario operativo: dal 1933 alla morte improvvisa e prematura, che lo colse a Cambridge, negli Stati Uniti: «Mirko. Opere dal 1933 al 1969», a cura di Giuseppe Appella e Isabella Reale, catalogo Edizioni della Cometa. Espone 80 sculture e 50 disegni provenienti da musei e collezioni private, costituendo una nuova tappa di quel sistematico progetto di esplorazione della scultura italiana e internazionale del ’900 che Appella va portando avanti da un ventennio nella città lucana, e che, come frutto permanente, ha portato alla costituzione del Musma.
Pur essendo figura molto nota anche all’estero, a cominciare dagli Stati Uniti, in Italia la fama di Mirko è invece velata da un sotterraneo ostracismo già attivato quando era in vita, perché sospettato di volubilità e di eclettismo. Incessante ricercatore e sperimentatore, era accusato di coltivare una sorta di museo immaginario della scultura di ogni tempo: da Martini alle suggestioni della plastica barocca, a una carica anticlassica in piena congruenza con la temperie espressionista della Scuola Romana, ma che pure al tempo ostacolò l’apprezzamento dei suoi personalissimi bronzi, come L’oratore, L’assetato, il Neofita, Narciso, La strage degli innocenti. Per proseguire, nel dopoguerra, associando e contrapponendo iconografie primitive e esperienze contemporanee, totem e guerrieri, arte tribale e avanguardia.
Nel 1949-50 Mirko realizzò quello che è probabilmente il suo capolavoro (e certo l’esito più alto dei suoi interventi di arte pubblica), i cancelli per le Fosse Ardeatine, che Giuseppe Marchiori definì «un intreccio arboreo di una foresta barocca». Il linguaggio astratto adottato dallo scultore suscitò polemiche accanite e il progetto venne accettato sul filo di lana dal Consiglio Superiore per le Belle Arti: 8 voti a favore, 7 contrari, 1 astenuto. Poi Mirko proseguì ancora il suo viaggio nell’universo delle forme: i suoi disegni che sembrerebbero poco da scultore, furono sempre autonomi, non finalizzati all’ideazione di un’opera plastica. Inquieto guardò, via via, alla scultura gotica e ai profili nervosi di Pollaiolo; ai cinesi dell’epoca T’ang e alla scultura azteca; a Gauguin e al Picasso di Guernica; a Klee, a Ernst, alle suggestioni neocubiste. Vorace assimilatore di stimoli e di linguaggi, seppe però rimanere sempre saldamente sé stesso: ecco la Chimera (1954) e il Leone urlante (1956), il Motivo alato (1962), Il gran sacerdote rosso (1964) e i Totem, le Maschere, gli Idoli.
Con un’immagine fortemente evocativa, Carlo Ludovico Raggianti lo salutò come «il pastore errante che ha traversato il suo tempo, innalzando alle stelle la sua vibrante avventura nello spazio e nel tempo».