Miseria e grandezza di una città

Dal feudalesimo al postmoderno: nessun’altra capitale come quella cinese ha percorso l’ultimo mezzo secolo in costante accelerazione. Pagando, però, anche un alto prezzo: «A voler essere apocalittici - scrive Renata Pisu in Mille anni a Pechino (Sperling & Kupfer, pagg. 253, euro 17) - potremmo dire che è stato commesso un urbicidio, è stata uccisa una città. Quella costruita sulle macerie della Pechino defunta... non ne conserva infatti nessuna idea ispiratrice». Restano, come ovvio, i più noti monumenti: «Il complesso della Città Proibita, il Tempio del Cielo, la Torre del Tamburo con parte del vecchio quartiere che la circonda». Tuttavia, «visti dall’alto di un grattacielo o dai finestrini di un’auto che percorre una delle sopraelevate della circonvallazione, questi edifici - che una volta dominavano su una città nana - appaiono minuscoli, sembrano dei bonsai».
Ma Pechino custodisce anche la storia di una città millenaria, «capitale quasi ininterrottamente per più di mille anni, sede dell’impero mongolo, degli imperatori delle dinastie Ming e Qing e palcoscenico degli avvenimenti salienti dell’era comunista». Ne raccontano l’evoluzione tre espertissimi del Celeste Impero, Lillian Li, Alison Dray-Novey e Haili Kong, in Pechino. Storia di una capitale (Einaudi, pagg. 424, euro 28, trad. Piero Arlorio).
Curiosità e folklore non mancano invece nel Dizionario pechinese di Mauro Marescialli (Nuove edizioni romane, pagg. 169, euro 12): 160 lemmi per scoprire una città che si avvicina alle Olimpiadi, lasciandosi alle spalle i morti e le polemiche del sisma di qualche settimana fa.