MISS DETECTIVE Il giallo si tinge di rosa

Non sono quasi mai autorevoli perché non sanno essere né punitive né repressive

Non si può dire che sia un personaggio sgradevole, anzi. Sandra Ricci, l’investigatrice uscita dalla penna di Brunella Diddi, all’esordio come giallista con il racconto La sentenza di Sibilla (Dino Audino editore), fa quasi tenerezza. Innanzitutto perché l’autrice dichiara il suo obiettivo sin dal sottotitolo, con estremo candore: «Un giallo al femminile un po’ femminista». E quindi fa sorridere quando cerca di aggiustare il mondo a modo suo e, mentre cerca il colpevole dell’assassino di un estorsore avvenuto a Trastevere, prova anche a punire uno spregevole deputato della destra, dall’animo leghista, che in pubblico fustiga gli omosessuali, mentre in privato si concede ai suoi amanti in guepierre.
Poi, come ammette la stessa autrice al Giornale, la sua creatura, Sandra Ricci, capo della squadra anticrimine di un quartiere nel centro di Roma, è una donna vulnerabile, diventata poliziotta solo per sfidare il padre, preside di liceo, che immaginava per lei un futuro più radioso. Ma allo stesso tempo è una donna che ha saputo vincere le angherie maschili all’Accademia di Polizia e ha fatto una rapida carriera che suscita le diffidenze dei colleghi. In ogni caso, come numerose donne della sua generazione, Sandra Ricci, 36 anni, è single e, dopo un matrimonio fallito, non sa trovare l’uomo giusto. Perciò accetta in modo ironico la solitudine, che divide con una gatta, Kali, ed è sempre combattuta fra la necessità molto maschile di punire i criminali e il desiderio molto femminile di comprendere gli assassini. Infine nella trama ci sono anche una serie di personaggi minori parecchio sfortunati, ma rigorosamente colti, per i quali non si può che provare simpatia (il più riuscito è il barbone Dino che si fa chiamare Giordano Bruno).
Certo, magari l’autrice eccede un po’ nel trovare sempre una morale, nel dividere i buoni e i cattivi con categorie care al politically correct, ma la sua vita quotidiana, quella della poliziotta intendiamo, è credibile perché somiglia un po’ a quella di tutte noi, al punto che ogni tanto dimentichiamo il mestiere che fa (anche perché un poliziotto vero non convocherebbe mai un fascista in un bar per ricattarlo e chiedergli di chiudere il suo sito Internet che istiga al razzismo). In ogni caso il libro è divertente e si lascia leggere, soprattutto se consumato sotto l’ombrellone.
Fa parte di un progetto di una collana, «Scriptori», voluta dall’editore Dino Audino per valorizzare la letteratura di genere, tenendo presente che ormai c’è più letteratura in una serie televisiva tipo Lost che in tanti libri che escono ogni giorno senza che se ne capisca il motivo. Infatti Brunella Diddi ha pianificato l’uscita di altri due gialli, tutti con gli stessi personaggi, per emulare appunto la serialità televisiva, cara all’editore che tiene un corso per sceneggiatori. Anche perché bisogna incoraggiarle, le scrittrici che si cimentano nella costruzione di profili di detective donne, piuttosto rare nella storia del giallo e del noir. Dopo Miss Marple di Agatha Christie, sono state poche le donne investigatrici.
«Le più credibili sono quelle tratteggiate dagli uomini», ironizza Laura Grimaldi, giallista, saggista, traduttrice, che non sopporta neanche Kay Scarpetta, il medico legale di Patricia Cornwell, «perché esercita un potere troppo maschile. Certo, in passato abbiamo avuto Bertha Cool, la versione femminile di Nero Wolfe, creata dal papà di Perry Mason, Erle Stanley Gardener, ma era divertente solo perché assomigliava appunto a Nero Wolfe. In realtà le detective donne non sono quasi mai autorevoli perché non sanno essere né punitive né repressive come gli uomini. Quando trovano il colpevole, sembra sempre che vogliano lanciare un messaggio agli uomini. Come se volessero dire: avete visto che abbiamo vinto noi? Come se si trattasse di fare non tanto giustizia, ma solo un dispettuccio ai maschi. Per non parlare delle detective donne presenti nel giallo italiano: sembra che tutte vogliano dimostrare di aver fatto il liceo classico, che va bene, per carità, ma troppo spesso tradiscono un pensiero polveroso, sterile, imparato a scuola. Infatti la detective più convincente ora in circolazione non è una poliziotta. È un’esperta californiana che risolve i casi decifrando il linguaggio del corpo, puntando solo sulla sua intuizione. Si chiama Kathryn Dance ed è la protagonista del racconto appena uscito La bambola che dorme (Sonzogno) di Jeffrey Deaver, rigorosamente maschio».
In ogni caso le detective donne cominciano a farsi sentire. Innanzi tutto non si può parlare di loro senza citare Pedra Delicado. Il personaggio creato dalla scrittrice spagnola Alicia Gimenez-Bartlett è convincente. Le avventure di Pedra Delicado, seguitissime anche in Italia, sono un pretesto per parlare d’altro. E cioè delle donne cosmopolite ed emancipate che hanno quarant’anni o più e sanno osservare il mondo (e gli uomini) con uno sguardo disincantato e ironico, puntando sull’intuizione e sull’impulsività (che ci fa dimenticare qualche pezzo del puzzle che non si incastra sempre bene nella concatenazione degli eventi) approfittando di ogni occasione per distribuire perle di saggezza, piuttosto sagaci, alle quali Alicia Gimenez-Bartlett ci ha abituato.
«Non saprei dire perché le scrittrici non scrivono, o quasi, racconti gialli e quando lo fanno preferiscono affidarsi a detective uomini», ci ha detto la Gimenez-Bartlett che si è rifugiata nella campagna catalana a scrivere il prossimo libro, in cui Pedra Delicado (che in futuro apparirà in una serie televisiva in Italia) è alle prese per la prima volta con un serial killer. «In Spagna - prosegue - le scrittrici sono più che altro concentrate a indagare sul ruolo delle donne durante la guerra civile, ma in generale sembra sempre che le gialliste debbano pareggiare i conti lasciati in sospeso con i maschi. Kay Scarpetta, per esempio, detesta gli uomini, li considera dei perfetti idioti, mentre la detective russa di Alexandra Marinina, Anastasija Kamenskaja, è un’integralista religiosa, poco convincente, mi sembra. Purtroppo non è facile creare figure femminili che non siano gregarie a qualche investigatore oppure assassine: devono essere dure e tenere allo stesso tempo, saper dire parolacce e affermare la loro identità. Infatti Pedra non ha problemi con gli uomini: li comprende, capisce i loro punti di forza e di debolezza, sa parlare il loro linguaggio, durissimo, a tratti cinico, di chi è abituato a esorcizzare la morte ogni giorno». (Nel suo ultimo libro però, Nido vuoto, edito da Sellerio, Pedra Delicado ci ha fatto soffrire perché dopo anni di orgogliosa e rivendicata solitudine, si sposa e noi non condividiamo i suoi puerili cedimenti).
In ogni caso le detective femmine hanno deciso di contare di più. Oltre alla figura della «profia», inventata dalla scrittrice torinese Margherita Oggero (resa popolare dalla serie televisiva Provaci ancora prof con Veronica Pivetti), che però è una professoressa, occasionalmente detective, ci sono diverse autrici decise a sdoganare la figura delle donne investigatrici e a sfidare i miti della letteratura noir con disinvoltura. In autunno Marco Tropea pubblicherà Quella fantastica Parigi da bere, di Dominique Manotti: la storia di Noria Ghozali, una maghrebina fuggita di casa per sottrarsi all’intolleranza paterna che diventa investigatrice nelle banlieue e svela intrighi, malaffare e corruzione alla corte di Mitterrand negli anni Ottanta, mentre Guanda ha da tempo puntato su una magistrata di Palermo di origine spagnola, Christine von Borries, che ha inventato il personaggio di Irene Bettini, una agente del Sisde. Il suo libro più famoso dal titolo molto attuale è Fuga di notizie.
A parte le poliziotte vere che si mettono a scrivere racconti più o meno di fantasia, le gialliste tendono quasi sempre al racconto esistenzialista. Infatti non è un caso se sempre in autunno uscirà Il piacere della pioggia (Guanda) che racconta le ricerche di Isabell Dalhousie, una filosofa scozzese, direttrice di una rivista di etica applicata, bella, intelligente e colta, prestata alla lotta anticrimine, che a Edimburgo si interroga sul destino umano, e ogni tanto trova anche qualche colpevole. Peccato però che l’autore sia uomo: Alexander McCall Smith. Forse ha ragione Laura Grimaldi, quando dice che noi donne siamo più credibili quando recitiamo la parte delle assassine. Ci viene meglio, tutto qui.