Il missile coreano fa esplodere la crisi

La Casa Bianca chiede l’appoggio della Cina: «Niente test». Tokyo: «Se cade un solo pezzo dalle nostre parti lo riterremo un attacco»

Alberto Pasolini Zanelli

da Washington

Count down per un missile. Count down per una crisi diplomatica. Count down per un confronto militare. Il primo potrebbe cominciare da un momento all’altro. Il terzo è una possibilità adesso più credibile. Il secondo è già cominciato: gli Stati Uniti e il Giappone si apprestano a chiedere la convocazione del Consiglio di sicurezza dell’Onu per esaminare la minaccia rappresentata dal primo esperimento, non annunciato ma ritenuto imminente dalla Corea del Sud, di un nuovo missile nordcoreano, il Taepodong 2, il cui raggio d’azione potrebbe per la prima volta includere una parte del territorio americano. Sulla linea di Washington sono diversi altri Paesi, in prima fila il Giappone, che ha lanciato l’allarme e che minaccia senza mezzi termini: «Un missile coreano che cadesse anche inavvertitamente sul Giappone sarebbe considerato come un attacco». I preparativi sono in corso nella base di Masudan-re, non lontano dalla frontiera con la Russia, e sono sotto osservazione da parte dei satelliti spia americani, che hanno trasmesso dati da cui risulterebbe che il via potrebbe venire «in qualsiasi momento».
Il governo di Pyongyang non ha dato alcun annuncio, così come non lo aveva fatto otto anni fa quando si seppe a cose fatte del test del modello precedente, il Taepodong 1, che sorvolò il Giappone prima di spegnersi nelle acque del Pacifico. Quel modello aveva, si vide alla prova, una gittata di 2mila chilometri, mentre il Taepodong 2 potrebbe avere un raggio di 6mila. Sempre il servizio di osservazione Usa rivela che al lancio si lavora da cinque settimane e che esso dovrebbe essere imminente, anche perché sono già arrivati i serbatoi di carburante. È opinione comune che il missile non rechi alcuna testata e che dunque non rappresenti in sé una minaccia, ma anche che i suoi congegni direzionali sarebbero alquanto imprecisi. I sistemi di guida, a quanto pare, non sono stati collaudati. L’allarme non è però sminuito da questo dettaglio, perché è evidente che lo scopo del lancio non è militare bensì politico: il regime di Pyongyang ritiene opportuno il momento per «mostrare i muscoli», con l’America impegnata militarmente fin sopra i capelli in Irak e diplomaticamente in Iran. Proprio per contrastare questa convinzione la reazione del governo di Washington è avvenuta in termini molto duri, nella speranza che essi siano convincenti. «Non vogliamo vedere un test missilistico in Corea del Nord: ci aspettiamo invece che torni al tavolo negoziale» ha spiegato Tony Snow, portavoce della Casa Bianca, aggiungendo che gli Stati Uniti si augurano che Pyongyang rispetti la moratoria sui test missilistici.
La diplomazia americana è in stato di allarme ed è all’opera su molti altri fronti. Con Tokyo è già stata raggiunta l’unanimità di vedute e anche di termini. Anche il comunicato del governo giapponese parla di «violazione della dichiarazione di Pyongyang» firmata quattro anni fa dal presidente coreano Kim e dal premier giapponese Koizumi, che conteneva l’impegno a «congelare» ogni lancio capace di colpire il Giappone. Il ministro degli Esteri nipponico, Taro Aso, ha già fatto rimettere alla capitale nordcoreana (attraverso un canale diplomatico cinese, perché Giappone e Corea del Nord non hanno normali rapporti diplomatici) una nota con la richiesta perentoria di desistere dall’esperimento. Alla Cina si è rivolta anche Condoleezza Rice, ma in forma diretta, e invitando il governo di Pechino a effettuare pressioni su quello di Pyongyang. Da parte di Washington si cerca di coinvolgere anche la Russia e la Corea del Sud, i cui toni però sono notevolmente più tiepidi. Regge insomma in qualche maniera, almeno formale, la solidarietà fra i Paesi impegnati nel Pacifico nord-orientale, anche se gli accenti sono diversi. Il Giappone è il più esplicito e fa anzi sapere che, di fronte a una minaccia missilistico-nucleare riconsidererebbe la sua rinuncia all’arma atomica. L’America considera particolarmente acuta la minaccia, lanciata forse deliberatamente in un momento di tensione diplomatica con l’Iran.