La «Mission» di Tom Cruise improbabile sagra del botto

Dopo Brian De Palma e John Woo, J-J. Abrams; dopo la serie tv, quella cinematografica. Eppure Mission: Impossible (acronimo: M:I) somiglia sempre meno a un film seriale e sempre più a un monotono videogioco.
Produttore e protagonista di M:I:III, Tom Cruise fa qui sposare il suo personaggio, Ethan Hunt, per dargli uno spessore non solo ginnico, anche a costo di violare le regole che per gli agenti segreti auspicano dedizione nazionale, non coniugale. «Darei il mio sangue per le strisce rosse della nostra bandiera» - bofonchia senza ridere il capo di Cruise (Laurence Fishburne).
Fra Berlino, Roma e Shanghai, mercanti d'armi guidati da un americano (Philip Seymour Hoffman) minacciano la pace, complici vertici dell'organizzazione che li combatte. È il massimo d'equilibrio politico in questa sagra del botto, dove chi ha armi di distruzione di massa distrugge chi vorrebbe averle. E le polizie dei Paesi «ospiti» stanno a guardare le imprese di Ethan Hunt, che prima perde una vecchia fiamma, poi rischia di perdere la nuova moglie. Dolori e ansie gli danno licenza di uccidere ben oltre i limiti del Patriot act.
Ormai non ragionano così solo a Washington, dunque a Hollywood. Escono film formalmente analoghi e politicamente opposti a questo, come il turco La valle dei lupi, che tanto ha incassato in patria, in Germania e in Francia. Comunque politicamente orientati, questi polpettoni si abbattono su un pubblico d'età mentale inferiore ai vent'anni e gli impediscono di crescere. Alcuni finiranno col credere di potersi buttare impunemente dai grattacieli, come Cruise. Quanto alla recitazione, nulla da dire: quando l'inquadratura media dura cinque secondi, solo il montatore può dimostrare il suo valore.

MISSION: IMPOSSIBLE III di J.J. Abrams (Usa, 2005), con Tom Cruise, Laurence Fisburne. 125 minuti