Missione Arcobaleno, dopo 7 anni forse si arriverà a un processo

A Bari chiesti 24 rinvii a giudizio Ma molti reati saranno presto in prescrizione

Bari - Il caso è chiuso, l’inchiesta pure. Ma ci sono voluti qualcosa come sette anni di indagini per documentare e portare in un’aula giudiziaria fatti e misfatti della missione Arcobaleno, quella che doveva essere una grande operazione di solidarietà varata dal governo del centrosinistra in sella nel ’99 per fronteggiare l’emergenza umanitaria nei Balcani dopo la guerra in Kosovo. Per la verità quell’operazione, organizzata per sostenere i profughi in fuga verso l’Albania, si trasformò in una catena di sprechi e alla fine, dopo mesi scanditi anche da aspre polemiche, la procura di Bari ha avanzato 24 richieste di giudizio e ventitré di archiviazione. Ma in realtà i reati sono in buona parte in via di prescrizione, senza contare la possibilità di indulto. E così, in buona sostanza rimane in piedi solo l’ipotesi di associazione a delinquere, contestata a nove persone: l’ex sottosegretario allora al vertice della Protezione civile, Franco Barberi, il suo segretario particolare Roberto Giarola, l’ex coordinatore Cgil dei vigili del fuoco Fabrizio Cola, il capo della missione Massimo Simonelli, e poi Luciano Tenaglia, Alessandro Mobono, Emanuele Rimini, Luca Provolo e Antonio Verrico. Nella richiesta di giudizio il pm precisa che l’associazione a delinquere era «finalizzata alla commissione di più reati contro la pubblica amministrazione (peculato, concussione, corruzione, abuso d’ufficio e turbata libertà degli incanti)» e «ogni altro reato necessario o utile per il proseguimento degli scopi illeciti». Sono invece accusati solo di favoreggiamento due esponenti diessini, Giovanni Lolli (attualmente sottosegretario allo sport e alle politiche giovanili) e Quarto Trabacchini: per entrambi il procuratore aggiunto Marco Dinapoli ha chiesto il giudizio in quanto – è l’ipotesi dell’accusa - avrebbero avvisato due indagati che i loro telefoni erano sotto controllo.
L’inchiesta è scattata dopo una serie di reportage giornalistici: il settimanale Panorama documentò la montagna di container abbandonati al porto di Bari mentre Striscia la Notizia mostrò le immagini dei saccheggi dei campi profughi in Albania. Sono scattati i primi sopralluoghi, e nel giro di poco tempo le indagini hanno portato alla luce uno scenario a dir poco inquietante: la procura ritiene infatti che dietro il paravento della missione Arcobaleno operasse un comitato d’affari che aveva colto al volo l’occasione dell’intervento umanitario. Al centro delle indagini figurano Barberi, Giarola e Cola: secondo l’accusa i tre, anche attraverso una «fitta rete di rapporti personali intrattenuti con esponenti apicali della politica, del governo, del sindacato e della pubblica amministrazione» avrebbero ottenuto «la rimozione del prefetto Bruno Ferrante (che si era adoperato contro gli interessi dell’associazione) dall’incarico di Capo di Gabinetto del ministero dell’Interno». Inoltre, i tre – prosegue l’accusa - «si adoperavano attivamente per ottenere la nomina del Barberi a direttore dell’Agenzia e quella di Cola a componente del consiglio di amministrazione nonostante quest’ultimo fosse privo dei requisiti soggettivi previsti dalla legge per il conseguimento di tale nomina». Infine, all’organizzazione è contestato di aver favorito «talune ditte amiche per l’aggiudicazione – è spiegato nella richiesta di giudizio - di appalti pubblici» e in particolare di favorire l’attività della multinazionale Gore: secondo l’accusa Cola, Rimini e Provolo «si adoperavano per ottenere illecitamente l’inserimento del tessuto prodotto dalla Gore nei bandi per le gare ad evidenza pubblica per il confezionamento di vestiario per vigili del fuoco, poliziotti e volontari della Protezione civile». Adesso, dopo sette anni, lo scandalo della missione Arcobaleno approda in un’aula giudiziaria: l’udienza preliminare è fissata per il dieci maggio dinanzi al gup Marco Guida.