Missione Arcobaleno, lo scandalo va in soffitta

Tra il 2001 e il 2002 vennero interrogati sulla vicenda Rutelli, Veltroni, Bianco Folena e Cofferati. Poi la Quercia decise di far eleggere sindaco il procuratore...

Stefano Filippi

nostro inviato a Bari

Lo scandalo che fece tremare Massimo D'Alema e il suo governo scoppiò nell'estate 1999, quando Panorama scoperchiò il grande intrigo della Protezione civile. Sul molo Mezzaluna del porto di Bari marcivano 679 container pieni di aiuti donati dagli italiani al popolo kosovaro martoriato dalla guerra balcanica. Ancora Panorama fece circolare un video con il saccheggio del campo di Valona. Scattarono le inchieste, lunghe, difficili e molto delicate. Ma la più importante, quella condotta dal pm barese Michele Emiliano, sta facendo la stessa fine delle tonnellate di cibo, medicinali, coperte, vestiti mai giunti ai destinatari. Abbandonata. E con il concretissimo rischio di cadere in prescrizione.
Il premier ds aveva voluto quell'intervento umanitario battezzandolo Missione Arcobaleno, l'aveva magnificato come «il fiore all'occhiello dell'Italia» e posto sotto la tutela di Eugenio Scalfari, Norberto Bobbio e Indro Montanelli. La gara di solidarietà si era però trasformata in un'orgia di sprechi e ruberie, mentre D'Alema insisteva a parlare di «scandalo inventato» e di campagna denigratoria. Furono 15 le inchieste aperte dalla giustizia penale, civile, contabile e militare. Emiliano condusse investigazioni coraggiose. Indagò il capo della Protezione civile Franco Barberi con altre 25 persone, arrestò il capo della missione e i responsabili dei campi profughi; scoprì contraffazioni dei registri, irregolarità nella gestione dei soldi donati dagli italiani, connivenze con la malavita albanese. Ma il pm andò ancora più lontano. Ricostruì giri di tangenti nelle forniture del vestiario per i pompieri e ipotizzò un presunto finanziamento ai partiti, in particolare i Ds, che coinvolgeva anche uomini della Cgil. Al centro ci sarebbe stato il Cesar (Centro studi aeronautici e ambientali), organismo considerato vicino al Botteghino e consulente della Protezione civile, che avrebbe «consigliato» di impiegare servizi e materiali offerti da alcune aziende affiliate.
Due parlamentari ds, Giovanni Lolli e Quarto Trabacchini (quest'ultimo tra i fondatori della Cesar) sono indagati per favoreggiamento per avere avvertito altri indagati che i loro telefoni erano intercettati dalla Digos. La fuga di notizie irritò moltissimo il pm: uno degli avvisati da Trabacchini e Lolli era infatti Fabrizio Cola, coordinatore nazionale della Cgil-funzione pubblica dei vigili del fuoco che Barberi voleva piazzare nel direttivo dell'Agenzia della protezione civile. Emergeva che la Protezione civile coordinata da Barberi, vulcanologo amico di D'Alema, stava diventando un gigantesco comitato d'affari che sfiorava i vertici del centrosinistra. Fra l'aprile 2001 e il marzo 2002, furono interrogati in gran segreto tra gli altri Francesco Rutelli, Enzo Bianco, Franco Bassanini e la moglie Linda Lanzillotta, Walter Veltroni, Enrico Micheli, Pietro Folena, Sergio Cofferati. I vertici dei Ds, della Margherita, della Cgil, ministri. Persone informate dei fatti, sia chiaro, non indagati. Ma è chiaro dove puntava la procura. Nel feudo dalemiano della Puglia, il fascicolo diventava troppo fastidioso.
Emiliano e l'allora procuratore capo Riccardo Dibitonto erano ossi duri. Nel centrosinistra si affacciò l'idea di candidare il magistrato a sindaco. D'Alema e i Ds si opposero, regalare Bari al giudice che li stava massacrando era davvero troppo, poi però si convinsero. Il 29 settembre il pm depositò in procura l'avviso di conclusione delle indagini preliminari (i reati ipotizzati vanno dall'associazione per delinquere all'abuso in atti d'ufficio, peculato, truffa, falso, attentato contro organi costituzionali, concussione e corruzione), poi chiese l'aspettativa per darsi alla politica. Fu eletto sindaco nel giugno 2004 e l'altro giorno ha avuto il suo momento di gloria con l'abbattimento dell'ecomostro di Punta Perotti. Un altro magistrato, il procuratore aggiunto Marco Dinapoli, ereditò il procedimento. Un giudice scrupoloso che ha letto tutti gli atti dell'inchiesta, «dalla prima all'ultima riga»: quasi 150 faldoni larghi una spanna custoditi in una stanzetta al quarto piano del palazzo di giustizia barese, uno sgabuzzino riservato al «P.P. 5796/99 rgpm», come è scritto su un foglio appiccicato alla porta sopra il disegno di un arcobaleno. Lettura lunga. E dopo la conclusione delle indagini preliminari bisogna sentire gli indagati che lo chiedono, svolgere supplementi di indagine, concedere alle difese di mettere a punto le strategie. Così, quasi sette anni dopo lo scoppio dello scandalo, la procura di Bari non ha ancora deciso nulla.