La missione della Cdl

Nella Casa delle Libertà la decisione dell'Udc di votare a favore del rifinanziamento della missione in Afghanistan si presenta quasi come una fuga in avanti. Il dibattito nel centrodestra infatti è più che mai aperto. Da un canto vi è la posizione di quanti ritengono che la maggioranza debba essere posta di fronte alle sue contraddizioni; che debba rendersi evidente al cospetto della nazione come su questioni fondamentali quali la sicurezza e l'equilibrio internazionale questo governo non esprime una posizione univoca. E che, senza accordo su problemi di tale rilevanza, una maggioranza non può dirsi tale. Dall'altro canto vi è chi sostiene che un'opposizione responsabile, al cospetto di scelte che mettono in discussione la dignità del Paese, deve saper prescindere dalla convenienza di parte per privilegiare l'interesse superiore della patria. Varrebbe, in queste circostanze, la massima anglosassone: right or wrong is my country. Per di più, nel caso specifico, vi sarebbe un supplemento di responsabilità da scontare nei confronti dei nostri soldati. È stata la maggioranza di centrodestra ad averli inviati in Afghanistan. Ora non si dovrebbe tirare indietro di fronte all'eventualità di incrinare il prestigio e la dignità dell'esercito: preoccupazioni reali, che valgono per tutti ma dovrebbero valere ancor di più per uno schieramento liberal-conservatore.
In questi casi, l'alternativa, se resta al livello di pura astrazione, non può trovare un punto di composizione. Solo la valutazione delle circostanze concrete dovrebbe orientare il comportamento di uno schieramento d'opposizione che tenga a non disperdere un vincolo di solidarietà. E, nel caso in specie, i fatti sembrano difficilmente equivocabili.
Si possono distinguere due scenari. Nel caso venga garantita la continuità della politica estera della nazione; si assumano scelte funzionali agli obblighi contratti con gli alleati; ci si preoccupi di salvaguardare l'inedita considerazione che l'esercito si è conquistato nell'ambito della società nazionale, il prevalere dell'etica della responsabilità su quella della convinzione si afferma da sé, indipendentemente dal fatto che i voti dell'opposizione siano necessari o meno alla sopravvivenza del governo. Il discorso, però, cambia laddove le scelte del governo, invece di ispirarsi a princìpi ed interessi condivisi, si pongano un obiettivo più modesto ben sintetizzato in un editoriale di Liberazione di ieri: «L'individuazione di un punto di caduta unitario al di là delle differenze di cultura politica e di orizzonte strategico». Per di più, con l'obiettivo di giungere a determinare una rottura con le scelte di politica estera praticate dalla precedente maggioranza.
Purtroppo, è questo secondo scenario quello che si profila all'orizzonte. E che esso si concretizzi nella riduzione di 300 o 400 soldati, a questo punto, poco importa. Resta il fatto che per il governo della sinistra-centro le proprie esigenze di coalizione hanno la precedenza su ogni altra considerazione. Per questo, votare a favore della missione come intende fare l'Udc, perché, magari, c'è qualche irriducibile della maggioranza non contento del compromesso al ribasso, più che sbagliato è masochistico. Conduce inevitabilmente ad un ruolo ancillare, in contraddizione con i propri princìpi e la propria storia.
Su questi dati di fatto la coalizione di centrodestra deve ragionare insieme per evitare che abbiano corso opposte strategie, tanto astratte quanto radicali. Nella Casa delle Libertà, non è un mistero, c'è chi cerca a tutti i costi la spallata contro il governo e chi, invece, ha troppo fretta d'archiviare una stagione politica alla ricerca di nuovi scenari più immaginari che reali. Se queste sensibilità contrapposte si ricordassero che la politica è durata e pazienza, troverebbero «la quadra», assieme a nuove ragioni per andare d'accordo.