Missione compiuta

Il primo attacco alla missione Unifil in Libano, dopo la fine della guerra con Israele, ha un preciso scopo: scardinare un’operazione militare dell’Onu e indebolire l’Occidente. Unifil finora è servita a Hezbollah per ricostruire il suo arsenale e, non a caso, Hezbollah ha condannato l’attentato. Ma Unifil è anche un bersaglio ideale per i sunniti di Al Qaida che sognano il Grande Califfato. Mesi fa il numero due di Al Qaida, l’egiziano Ayman al Zawahiri, aveva ordinato attacchi contro i caschi blu delle Nazioni Unite in Libano, ma nessuno vi aveva dato peso. Ora probabilmente quei messaggi vanno riletti con più attenzione.
L’attacco alle Nazioni Unite segna una svolta in Libano oggi come ieri in Irak. Quando nell’agosto del 2003 Al Qaida colpì il quartier generale dell’Onu a Bagdad, quello fu il segnale che la battaglia della jihad islamica contro l’Occidente sarebbe durata a lungo, «una guerra contro i crociati». L’Onu del per niente rimpianto Kofi Annan lasciò Bagdad, l’Europa si divise ancor di più, gli Stati Uniti furono lasciati soli a combattere in uno scenario che è quello odierno, dove muoiono arabi inermi e marines per non lasciare che l’Irak divenga un santuario di Al Qaida.
Finché la politica dei Paesi occidentali, e quella europea in particolare, non si renderà conto che i terroristi islamici applicano il motto act local think global (agisci localmente, pensa globalmente), il terrorismo avrà gioco facile in Medio Oriente. Pochi giorni fa un deputato anti-siriano è stato ucciso da un’autobomba a Beirut, l’esercito libanese ha affrontato pesantissime battaglie contro esponenti di Al Qaida rifugiati in campi profughi palestinesi.
La missione Unifil è un fallimento diplomatico e militare fin dalla sua nascita, che ormai risale a ventinove anni fa. Avevamo scritto nell’agosto scorso che si trattava di una missione ad alto rischio, che non sarebbe stata una semplice missione di peacekeeping, che oltre 250 soldati erano già morti, che il cuscinetto dell’Onu sarebbe diventato un inerme bersaglio d’artiglieria. L’Europa è andata avanti, il governo italiano si è fatto capofila di una missione sostanzialmente inefficace ai fini della pace e della stabilità in Libano. Gli assassinii politici continuano, Al Qaida si è infiltrata in Libano, Hezbollah si riarma e Israele corre un pericolo mortale.
Le due correnti del terrorismo islamico, quello sciita e quello sunnita, sono in competizione e i soldati dell’Onu sono tra due fuochi. Di fronte a tutto questo il ministro degli Esteri D’Alema svolge il suo mediocre compitino e dice che è «ingiustificata la violenza contro forze di pace». Argomento davvero convincente con chi proprio ieri, alla vigilia della conferenza internazionale di Sharm el Sheik, ha dichiarato «oh eroi, colpite tutti gli obiettivi sionisti e dei crociati nella terra d’Egitto».
L’insufficienza dell’analisi, la presunzione di conoscere l’avversario, l’illusione di poter giungere a un compromesso con il terrorismo, la tentazione dell’appeasement, continuano a essere l’ingrediente della politica estera del Vecchio Continente e di quanti, alfieri dell’euroretorica, vorrebbero coinvolgere in questa loro politica tutta la Farnesina.
Hanno colpito l’Onu, ma anche la Spagna, bersaglio fin dalla sua scelta di essere anello debole, fin dal ritiro dall’Irak. È dal tragico 11 marzo, dal giorno delle bombe di Atocha, che Madrid ha imboccato una strada che sembra senza ritorno. Un viale del tramonto costellato di perdite di vite umane, minacce, ritirate. Ammainare la bandiera della guerra al terrorismo (usiamo non a caso la parola «guerra» e non «confronto», che piace tanto all’Europa politicamente corretta) non ha portato alcun vantaggio al governo Zapatero, che oggi fa i conti con una realtà più grande della sua piccola politica estera.
In questo scenario, il compito dei soldati italiani, da questo momento, diventa più difficile. Tutta la missione è un paradosso strategico: iniziata con una discutibile e costosa operazione navale, proseguita con truppe di terra che hanno compiti limitati allo sminamento e poco altro, rischia di trovarsi nel bel mezzo di una guerra tra fazioni terroristiche a cui sono interessati movimenti transnazionali che prescindono dalle logiche degli Stati perché hanno una loro dottrina, un loro esercito, loro fonti di finanziamento, capi che non esitano a incitare i terroristi a colpire «senza distinguere fra civili e militari, perché come loro hanno bombardato i nostri figli e le nostre donne, così noi uccideremo i loro figli e le loro donne». Ne siamo consapevoli?
Mario Sechi