La missione di Fassino: un nuovo partito fondato sulle gaffe

Nonostante una statura di quasi due metri, l’essenza di Piero Fassino sta tutta in una pallottolina situata nella trachea. Un’inezia di pochi millimetri e soli 40 grammi di peso, detta tiroide. Questa ghiandola è nel segretario ds la più attiva di tutto il mondo politico e fa di lui un ipertiroideo da manuale contrassegnato da scheletrica magrezza, scatti di nervi, irrefrenabile parlantina. Dominato dalla pallocchia, Fassino si agita da 57 anni per il solo bisogno di agitarsi, con poco costrutto, scarsi risultati, avare soddisfazioni.
Da quando, novembre 2001, è alla guida dei Ds sfoga le energie inseguendo la chimera del Partito democratico. L’idea è di accorpare gli ex pci e gli ex dc, ossia il diavolo e l’acquasanta. Non ci riuscirono negli anni '60 neppure il Psi di Nenni e il Psdi di Saragat che pure erano dello stesso ceppo. Figuratevi mettere insieme adesso Gerardo Bianco e Luciano Violante, Ciriaco De Mita e Ciccio Rutelli, Totò Di Pietro, Arturo Parisi, Cesare Salvi, ecc. Infatti già si annunciano scissioni e fioriscono rancori. Ma Fassino galoppa imperterrito verso il nulla, avendo solo il problema di smaltire di giorno il suo iperattivismo e buttarsi esausto nel letto la sera.
Oppresso dalla ghiandola, Piero è un continuo di uscite estemporanee. Recentemente ha proposto una conferenza di pace sull’Afghanistan invitando al tavolo anche i talebani, cioè il nemico da battere. Come chiedere a Hitler, sessant’anni fa, di fare pure lui una capatina a Yalta. Fassino è fatto così. Improvvisa, dà fiato alla bocca e si convince di esistere. Gli altri lasciano che parli e se ne infischiano di ciò che dice. Piero si prende tremendamente sul serio e non ride mai, sempre indispettito per ragioni imprecisate. In tv, la sua testa oligocefala fa capolino come un periscopio sul corpo filiforme. Chiude gli occhi, calando le palpebre sui globi sporgenti, e spara la bordata quotidiana.
La sua carriera è costellata di gaffe. Al fondo di ciascuna, c'è la sicumera. Convinto di essere un volpe, incappa in incidenti da dilettante.
Celebre quello di un paio di anni fa, quando le coop rosse scalarono l’Antonveneta. Fu intercettato mentre parlava con Consorte, capo dell’Unipol, che gli riferiva i progressi dell’operazione. Euforico, Fassino chiese: «Allora, abbiamo una banca?!». E con quel «abbiamo» scopriva il connubio finanziario tra il partito e le coop, ostinatamente negato dall’uno e dalle altre.
Una decina di anni prima gli accadde di peggio. Appena rientrato da una missione in Albania come sottosegretario agli Esteri del primo governo Prodi, corse al partito per riferirne ai compagni. Uno di loro gli chiese: «E con Berisha che si fa?». Sali Berisha era il premier albanese sgradito alle sinistre italiane perché anticomunista. Con la domanda, la compagna intendeva dire «Quand’è che lo cacciamo?». Fassino prese l’aria furba e replicò: «È ovvio, compagna, va cacciato. Ma se vogliamo farlo, non dobbiamo dirlo. Anzi, dire il contrario». Mentre parlava, Piero si sentiva un emulo del bifido Palmiro Togliatti, celebre per la doppiezza. Ispirato da costui, concluse: «Abbi fiducia, compagna, e lasciami fare. Ma resti tra noi». Per inavvertenza però il microfono di Fassino era stato collegato con la stanza vicina in cui erano appostati i giornalisti che sentirono tutto. Così, dieci minuti dopo il mondo intero era al corrente dell’astuto piano fassiniano. Ne nacque uno scandalo internazionale che riempì le pagine dei giornali per una settimana.
La tendenza a infilarsi in situazioni imbarazzanti si è accentuata con gli anni. Con la notorietà, Piero è diventato sempre più estroverso. Ma essendo ciò contrario alla sua natura di piemontese riservato, sceglie male i tempi e i modi.
Qualche tempo fa partecipò allo show televisivo di Maria De Filippi che gli fece la sorpresa di metterlo di fronte alla sua nutrice di mezzo secolo fa. I due si abbracciarono commossi e quando la vecchia tata gli disse: «Ricordi quando ti facevo i biscotti savoiardi?», gli occhi del pupo si riempirono di lacrime. Umanamente si può capirlo ma, tirate le somme, meglio la bandana del Cavaliere.
Un’altra volta dichiarò in un’intervista: «Sono credente. Ma è un fatto assolutamente personale». Appunto, poteva tenerlo per sé. Tutta la sua vita politica infatti lo smentisce essendo stato in prima linea per l’introduzione di divorzio e aborto. Commentando l’uscita la sua prima moglie, la giornalista Marina Cassi, ha detto: «Io non l’ho mai visto andare a messa. La domenica andavamo piuttosto a diffondere l’Unità» e Giuliano Ferrara, che negli anni '80 era con lui nel Pci torinese, ha aggiunto: «La domenica andava a comiziare a Porta Palazzo, non in chiesa». Una bugia insomma. Forse per propiziare il partito unico coi cattolici o, più probabilmente, per sfogare l’adrenalina in eccesso.
Figlio unico di famiglia benestante, Piero è nato a Avigliana a 35 chilometri da Torino. Allievo dei gesuiti all’Istituto Sociale, presa la maturità classica, smise di studiare e si iscrisse ventenne al Pci. Si è poi laureato in Scienze politiche a 50 anni nel 1999 quando era ministro del Commercio estero del governo D’Alema. Ennesima bizzarria di un uomo affetto da un moto perpetuo girovago e inconcludente.
Col suo arrivo, il partito acquistò un iperzelante, un frenetico, un pignolo. A queste caratteristiche, Piero deve la carriera. A 23 anni era già capo della Fgci torinese, l’organizzazione dei giovani comunisti. In questa veste andò a Berlino Est al «Festival della gioventù democratica». Erano i primi anni '60 e ogni giorno c’erano i «pranzi fraterni» con le delegazioni della Corea del Nord, di Cuba o del Laos. Per sopravvivere, i ragazzi di Torino cercavano di svignarsela in cerca di sottanelle berlinesi. Ma Piero, inflessibile, correva a riprenderli come un pastore maremmano. Dall’alto del suo 1,92 nulla gli sfuggiva e megafono alla mano dava ordini: «Tutti sul pullman» e se ne vedeva uno nascondersi dietro una colonna, urlava: «Tu! Non credere di farla franca».
Sempre di corsa, la frenesia fassiniana si è espressa anche nel campo delle conquiste femminili. È infatti considerato un tombeur de femmes. Dopo il divorzio dalla già citata giornalista, ha convissuto con la sociologa Luciana Conforti e si è poi risposato con la senatrice ds Anna Serafini che, gelosa, lo tampina come un agente della Digos. In un momento imprecisato, Piero si sarebbe però preso una distrazione con la vedova di Alberto Moravia, la caliente Carmen Llera. Secondo alcuni sarebbe lui il protagonista di un libro di costei, Diario dell’assenza. Ne esce il ritratto di un amatore infaticabile. Gli intrecci sono molto complessi. Contro una finestra (pag. 21), contro il tavolo d’ingresso (27), sulla cyclette (60), di fronte a un cactus, in cucina, sopra la lavatrice. Lui dice: «Prendimi, svuotami, toglimi la vita». Lei commenta: «Geme, sussulta, forse piange» e aggiunge: «Dimagrisco un chilo ogni volta che ci vediamo». Poi a cose fatte, lui dice: «Tesoro, mi prepari un bagno all’ananas?». Lei replica: «Non è meglio al ribes?». Lui, remissivo: «Scegli tu il sapore». Forse è leggenda. Se invece fosse vero, leggendario è Piero. Ma torniamo al Fassino politico. Per dodici anni, dal 1971 al 1983, è stato capo del partito a Torino. Quando nel 1980 ci fu la crisi della Fiat, d’accordo con Fausto Bertinotti, allora alla Cgil, Fassino appoggiò l’occupazione operaia di Mirafiori. Convinse il segretario Enrico Berlinguer a venire a Torino e arringare le maestranze. Per tutta risposta però, i quadri Fiat fecero la cosiddetta «marcia dei 40mila» mettendo fine per anni all’egemonia comunista nelle fabbriche. Berlinguer rimase di peste per essere stato indotto in errore. La faccenda poteva costare molto cara a Piero che però con una bella autocritica riconquistò le grazie del segretario.
Piero è sempre stato prono al capo di turno. Fu fedelissimo di Achille Occhetto fino all’ultimo giorno, ma non un minuto di più. Le cose andarono così. Dopo il trionfo del Cav nel '94, Achille fu costretto a uscire di scena. Ma non voleva cedere lo scettro a Max D’Alema che detestava, preferendo Walter Veltroni. Fassino fu incaricato di preparare la vittoria di Walter. Ideò un referendum a base di fax pro e contro i due candidati, per influenzare i risultati. La gara fasulla dei fax fu vinta da Veltroni. Ma alle urne vere il risultato fu capovolto e D’Alema eletto. Per recuperare il rapporto col neosegretario, Piero entrò il giorno dopo nella sua stanza e gli disse: «E ora che ne facciamo di Occhetto? Ha manie di persecuzione. Il problema va risolto». Sdegnato per il voltafaccia, Achille non gli rivolse più la parola. Entrato nella manica di D’Alema, Piero spiccò invece il volo: deputato, più volte ministro, segretario del partito. Tuttora in orbita, ciancia e si dimena e gira a vuoto come una trottola.
Giancarlo Perna