Con «Missione Goldfinger» nasce il mito di James Bond

Maurizio Cabona

La fama di James Bond, agente 007, nasce inglese con i libri di Ian Fleming e diventa mondiale con i film derivati dai libri. In edicola da oggi con il Giornale a 5,90 euro, il romanzo Missione Goldfinger è già un’opera della maturità letteraria di Fleming. Definendo via via il personaggio egli vi aveva messo quasi tutto di sé. Infatti lo scrittore, sebbene donnaiolo, veniva dai servizi segreti, dove era un caso raro di eterosessualità. I reali casi di omosessualità di Philby e McLean, oltre alla narrativa di Somerset Maugham, l’avevano ormai reso noto anche al pubblico.
Prima che spia, Fleming era stato giornalista. Spia e giornalista differiscono solo perché il secondo divulga ciò che sa; ma per dare una patina di verosimiglianza a Missione Goldfinger ci voleva anche un’altra competenza, quella di agente di cambio, terzo mestiere di Fleming. L’amalgama economico-stilistica determinò il successo non solo del libro. Le nicchie di pubblico conquistate da Licenza di uccidere e Dalla Russia con amore, intesi come film, si estenderanno a Missione Goldfinger, firmato da Guy Hamilton nel 1964 e interpretata da Sean Connery e Gert Fröbe. Fra film e romanzo ci sono però ampie differenze: nel film manca la Smersh, che nel romanzo ha un ruolo determinante; anche i finali divergono, ma quelli non si raccontano mai.
I primi due film di 007 avevano preparato il terreno, ma erano stati realizzati con investimenti relativamente modesti: quello sul primo era stato addirittura inferiore al milione di dollari. Come soggetto cinematografico, il libro si rivelò più riuscito di Licenza di uccidere e Dalla Russia con amore. Infatti fu il film di Hamilton a imporre l’agente 007 non più come personaggio di successo, ma come mito universale.
La Guerra fredda, al culmine quando Fleming scriveva il romanzo, era in fase di remissione nel 1964, anno del film. Morale: sulle prime pagine dei quotidiani la politica cedeva all’economia. Perciò il «cattivo» Auric Goldfinger (nella sua miscela di francese e inglese, traducibile in Aureo Ditodoro) pareva perfetto come simbolo dei nuovi tempi, nei quali il carisma diventava proporzionale al portafoglio. L’economia non era ancora finanziaria: si basava sull’oro, come il Generale de Gaulle ricordava agli americani, mentre il dollaro stava perdendo la copertura aurea che ne aveva legittimato il ruolo di valuta di scambio internazionale al posto della sterlina.
In apertura di Missione Goldfinger c’è un carico di lingotti che sta per essere esportato illegalmente dalla Gran Bretagna in Svizzera. Per seguirne le tracce, Bond avvicina Goldfinger, magnate dedito al golf, al gioco d’azzardo e alle donne, delle quali conosce la venalità. Perciò, quando tradiscono, le punisce coprendole proprio con un velo d’oro, che ne provoca la morte per asfissia: infatti la pelle non traspira più.
Alla diffusione su scala mondiale del mito Bond contribuì molto la foto di scena non di Connery in smoking, stavolta, ma di Shirley Eaton nuda e dorata; in realtà lei aveva le mutandine, ma erano dorate anch’esse. L’immagine fu fatta circolare ampiamente, già prima che il film fosse terminato. Si formavano coppie fatali: sesso & oro, amore & morte. Perché le ragazze attorno a Bond erano «libere», ma libere soprattutto di morire. Tutto così tornava all’ordine, visto che il problema dei produttori della serie dei film di 007 era la finta audacia, onde nessun divieto ai minori riducesse gli incassi.
A promuovere il romanzo interveniva per la prima volta anche il motivo conduttore del film, Goldfinger naturalmente, cantato da Shirley Bassey. Insomma, cominciava la stagione del marketing applicato ai film. L’Aston Martin Db 5 di Bond veniva mandata in giro per le città italiane come un’icona del nuovo benessere, col sottinteso che, acquistandone una, si diventava seduttori. La licenza di uccidere sfociava nella licenza di illudere.