Missione impossibile

Arturo Gismondi

L’area «riformista» dell’Unione è preoccupata. Teme che ad attrarre l’attenzione degli osservatori siano le posizioni della sinistra radicale. È successo in occasione del viaggio di Berlusconi in America, quando sono state le reazioni esagitate dei partiti di estrema a colpire sgradevolmente l’opinione pubblica. Allo stesso modo ha suscitato timore il dibattito in Tv tra Berlusconi e Diliberto visto che quest’ultimo è il portavoce più risoluto della sinistra estrema.
È un atteggiamento ispirato a sovrana ipocrisia. Le posizioni di Diliberto e degli altri sono ben presenti nella sinistra, e non sono affatto isolate. Ds e Margherita hanno l’aria di suggerire un atteggiamento più discreto a un’area politica che è parte decisiva e non esigua dell’alleanza che aspira a guidare il governo. Il che, anche a motivo della nuova legge elettorale, è pretesa del tutto irrealistica. Tanto più in questa fase nella quale a seguito delle ambizioni istituzionali di Bertinotti, leggi la presidenza della Camera, il Diliberto cerca di strappare al rivale qualche voto che gli assicuri quel 2 per cento di voti che fino a ieri sembrava un orizzonte lontano.
A mettere in imbarazzo i sostenitori della linea «riformista» ha contribuito, negli ultimi tempi, il congresso della Cgil. Nel quale il segretario Epifani è apparso come il più convinto sostenitore del programma dell’Unione e ancor più come il garante della sua applicazione. La Cgil non è il decimo o undicesimo partito dell’Unione. Ne è semmai la più potente base di massa, particolarmente autorevole proprio nei confronti dei Ds, verso i quali si tende a ripristinare una «cinghia di trasmissione» alla rovescia, dal sindacato al partito. La linea politica esibita dalla Cgil nel suo congresso ha suscitato commenti negativi e ha ispirato accenti preoccupati al presidente della Confindustria Montezemolo.
Ed è parso abbastanza goffo il tentativo di Prodi, e di Fassino, in due interventi sul Corriere e sul Sole 24 Ore, di conciliare la loro adesione al congresso Cgil con le posizioni espresse nei giorni successivi dal governatore Draghi e da Montezemolo. Nella realtà è apparso chiaro a tutti che l’adesione di Epifani al programma dell’Unione appare almeno nelle intenzioni come una sorta di pietra tombale sulle velleità dello schieramento che si definisce «riformista» ed è l’opposto di certe aperture della Margherita e di una parte dei Ds alla necessità di riforme dell’economia per rilanciare lo sviluppo. Il «no» deciso di Epifani alla legge Biagi, il veto alla riforma della scuola, il diniego di affrontare il tema della riforma del contratto di lavoro sono già segnali negativi. Ed è pieno di insidie quel «patto fiscale» chiesto da Epifani al governo. Lo è nella proposta di una pressione crescente sulle rendite finanziarie, che può generare oltre certi limiti fughe da un mercato azionario già non allettante. All’appesantimento sulle rendite finanziarie si aggiunge quella imposta sulle grandi proprietà, che può nascondere molte cose, fra le quali la «tassa patrimoniale» che Bertinotti ha evitato negli ultimi mesi di chiamare col suo nome perché basta da sola a far scappare gli elettori. Lo stesso criterio di accentuare la progressività del prelievo rischia oltre certi limiti di risolversi in una mortificazione dello spirito imprenditoriale, come del resto la reintegrazione immediata della tassa sulle successioni. Inseguire Epifani da una parte, Draghi e Montezemolo dall’altra è davvero una impresa disperata, una toppa così vistosa da risultare falsa agli occhi di chicchessia. Ma è l’opera alla quale si sono applicati Prodi e Fassino.
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