Missione in Irak, dalla sinistra un no a due facce

Martino critico con il centrosinistra: «Una posizione indifendibile e insensata»

Laura Cesaretti

da Roma

Il nuovo sì della Camera al decreto sulla missione in Irak è arrivato ieri mattina con 283 voti favorevoli e 207 contrari. Ai sì della maggioranza di centrodestra si sono aggiunti anche quelli dell’Udeur, mentre l’Unione ha, come previsto, votato il suo «no» compatto. Una posizione «indifendibile e insensata», secondo il ministro della Difesa Martino. Che se la prende, più che con la sinistra radicale, che «coerentemente è contraria al finanziamento e quindi chiede il ritiro», con l’ala riformista dell’Ulivo, che «vorrebbe non ci fosse né il ritiro né il rifinanziamento, linea che trovo abbastanza singolare».
A segnalare la difficoltà del centrosinistra a darsi una linea di politica estera è stato anche Clemente Mastella, che ha illustrato il suo voto in dissenso dall’Unione: «Fino a quando si resta all’opposizione - afferma il leader del Campanile - le posizioni possono anche conciliarsi pur non conciliando, ma come faremo quando e se saremo al governo del Paese?». I partiti della ex Fed (Ds, Margherita, Sdi e Repubblicani europei) hanno rinunciato a presentare l’ordine del giorno che lo stesso Prodi aveva preparato, accogliendo la richiesta del Professore di evitare una spaccatura in aula con l’ala pacifista del centrosinistra, e si sono limitati a far parlare un unico speaker nel dibattito, l’ex ministro della Difesa Mattarella (Dl). Che ha rivendicato il «no» a un intervento militare «sbagliato», assicurando però che «nella lotta al terrorismo l’Unione ha sempre fatto la sua parte». È piuttosto la Cdl, ha aggiunto, ad avere «molto da farsi perdonare quanto a senso di responsabilità e affidabilità in politica estera. Ed è una favola il fatto che il centrosinistra abbia bisogno del soccorso del centrodestra in politica estera. La nostra è una scelta di campo già fatta». Ma sono gli stessi esponenti dei partiti a nome dei quali Mattarella parlava a sottolineare, fuori dall’aula, che un problemino la coalizione prodiana ce l’ha, eccome. «Uniti? Uniti un cavolo», sospira il rutelliano Paolo Gentiloni. «Curiosamente - fa notare il socialista Ugo Intini - si è concentrata l’attenzione sull’Irak sottovalutando che sull’Afghanistan una netta divisione tra sinistra radicale e sinistra riformista già si era determinata con un voto contrapposto. Bisognerà chiarire cosa faremo, una volta al governo».
Una risposta, che difficilmente va nel senso indicato da Intini, e con lui da Ds e Dl, la dà subito il Verde Alfonso Pecoraro Scanio: «Quando saremo noi al governo ritireremo immediatamente i nostri militari come ha fatto Zapatero in Spagna». E con lui anche il capogruppo di Rifondazione Franco Giordano: «Tutta l’Unione vota no al decreto di proroga della missione militare in Irak. Questo è importante e positivo: votare no significa chiedere il ritiro immediato delle truppe». Esattamente il contrario di quanto sta spiegando negli stessi minuti Francesco Rutelli: «Non si può abbandonare l’Irak dalla sera alla mattina: la strategia di rientro deve essere graduale e concordata a livello internazionale».