Missione maglia rosa: un agente segreto al servizio di Basso

Cristiano Gatti

nostro inviato a Namur

Il Giro come ossessione. Come idea fissa. Come sogno notturno e fantasia diurna. Da mesi, praticamente dallo scorso maggio, da quando ha assaporato la maglia rosa e poi se l'è vista sfumare per l'attacco non di un avversario, ma del suo dissestato intestino, da quella feroce alternanza di euforia e di depressione Ivan Basso non pensa che al Giro. Certo pensa anche al Tour, dove il secondo posto dietro ad Armstrong e la pensione dello stesso americano lo vede di diritto tra i massimi favoriti. Ma dopo. Il Tour verrà dopo. Prima, bisogna prendersi la grande rivincita. Cancellare l'umiliazione dell'ora di distacco in cima allo Stelvio. Riassaporare il sapore unico, per un figlio d'Italia, della maglia rosa.
Ma le dolci ossessioni impegnano, stressano, spremono. Basso lo sa. Basso l'ha imparato in diversi Tour sulle orme di Armstrong, che aveva l'ossessione di un altro colore. L'ha osservato, l'ha spiato, molto ha rubato. Soprattutto, s'è convinto che non bisogna lasciare niente all'improvvisazione. L'anno scorso, tanto per dire, il suo grande Giro finì miseramente dentro al water per colpa - si sospetta - di qualche alimento assassino. Mai più, si disse quella volta Basso. Mai più, prima di lui, disse il suo direttore sportivo Bjarne Riis, organizzatore maniacale.
Ed eccolo qui, il risultato della lunga preparazione: Basso, favoritissimo e osservatissimo, sta correndo ogni giorno il suo Giro blindato e superaccessoriato. Tanto per cominciare, il cuoco personale: come aveva insegnato Armstrong, come hanno poi insegnato le brutte esperienze del maggio scorso. Poi l'osservazione minuziosa, metro per metro, di tutte le tappe rosa, così da arrivare agli accorgimenti più particolari: per l'arrivo sullo sterrato di Plan de Corones, ad esempio, già decisa l'adozione di gomme scolpite da ciclocross. Quindi la prova simulata di controllo-corsa nella Tirreno-Adriatico, con l'intera squadra chiamata a prendere abitudine nella gestione del comando. Infine, l'intelligence. Sì, un vero e proprio agente speciale, con compiti di silenziosa e defilata osservazione in tutti i risvolti della gara. Mister X, uomo dello staff, viaggia tutti i giorni un'ora davanti alla corsa, segnalando qualunque imprevisto lungo il percorso. Ma la sua missione più importante avviene nei diversi ritiri della squadra, dove troppo spesso c'è gente che viene e gente che va con le più imprecisate intenzioni. Osserva, controlla, se necessario interviene. Paranoie? Nessuna paranoia. La storia del ciclismo è segnata di gialli mai risolti, con corse perse e ritiri misteriosi sui quali grava da sempre il sospetto del subdolo agguato. Magari in cucina, magari con una borraccia, magari nelle provette dell'antidoping. Il ricordo dell'ultimo Giro, perso per motivi mai ben chiariti, è ancora troppo fresco perché i servizi segreti del team Basso suonino eccessivi.
Così si vince una grande corsa a tappe. Così insegna Armstrong. Così ha imparato Ivan. Il sospetto non deve diventare tossico: ma va scongiurato con le adeguate contromosse. Ovviamente tutto questo spiega il clima particolare di questo inizio Giro. Basso non vuole incassare una nuova umiliazione: la sua dolce ossessione gli impone di non perdere una seconda volta. Di conseguenza vive visibilmente - peraltro senza farne una malattia - un certo complesso d'accerchiamento. Si sente tutti gli occhi puntati addosso. Della critica, che già al prologo l'ha messo sotto esame, e degli avversari, che inevitabilmente lo mettono tutti nel mirino, come tocca sempre al primo della classe e al superfavorito. Non a caso lo scaltro Cunego - che è il più giovane del Rotary rosa, ma ha già capito tutto - punta molto sulla guerriglia psicologica. «Certo non dovete scrivere che ci prendiamo a pugni - dice alla partenza di tappa -, ma non mi sembra un delitto che il ciclismo, ancora una volta, viva di rivalità. Io e Basso non siamo fatti l'uno per l'altro, ma non è una guerra mondiale. Bisogna solo vedere chi vince». Quanto a Basso, all'uomo bersaglio che va in Giro con l'intelligence, cerca solo di scrollarsi un po' della tensione: «Calma, non abbiamo ancora cominciato e già processano me e i miei compagni. Lasciateci almeno correre la cronosquadre, domani, poi eventualmente ne parliamo...». Gli piaccia o no stare al centro dell'attenzione, dovrà però abituarsi e farsene una ragione. È la dura vita dei numeri uno. L'indifferenza è un privilegio riservata solo ai mediocri.