MISSIONE

E che ritiro sia. All’italiana, che questa volta è sinonimo di serietà. Accantoniamo, per un momento, le polemiche politiche e concentriamoci sui fatti.
La missione italiana a Nassirya fu decisa sulla base di due presupposti. Il primo riguarda gli obiettivi: rimanere in Irak il tempo necessario per aiutare questo Paese a consolidare le fondamenta democratiche, dando tempo alle nuove autorità di costituire un nuovo assetto costituzionale, politico e di sicurezza.
Il secondo requisito è politico. L’opinione pubblica ha nutrito, sin dall’inizio, seri dubbi sulla necessità di una guerra per rovesciare Saddam Hussein. I tragici fatti degli ultimi due anni hanno dimostrato che la pianificazione del dopoguerra non è stata all’altezza e a riconoscerlo sono, da qualche tempo, gli stessi americani. Ma al di là del metodo (inopportuno), l’operazione rispondeva ad un disegno strategico ed era sostenuta da un pressante appello alla solidarietà rivolto dalla Casa Bianca agli Alleati. Berlusconi aveva davanti a sé due opzioni: ascoltare i sondaggi e schierarsi per il no, nel timore di perdere popolarità, imitando Schroeder e Chirac; oppure seguire un’altra logica, quella della grande politica internazionale. Ha optato per la seconda. Sebbene alquanto perplesso sull’uso della forza, come egli stesso ha rivelato recentemente, il presidente del Consiglio decise, nella primavera 2003, di raccogliere quell’appello, per riconoscenza nei confronti di un Paese che ci liberò dalla dittatura nel ’44 e ci protesse dalla minaccia sovietica fino al 1991 e nella consapevolezza che, nonostante gli errori iracheni, l’America sarebbe rimasta a lungo l’alleato più solido e importante.
A dire la verità c’era una terza condizione: che si sarebbe trattata di un’operazione di pace e non di guerra.
Oggi appare evidente che tutte e tre le prerogative sono state rispettate. Innanzitutto, l’Irak del dopo Saddam si è dato una Costituzione e tra poche settimane eleggerà il primo Parlamento libero. Qualcuno potrebbe obiettare: le tragiche immagini degli attentati dimostrano che il Paese è tutt’altro che pacificato. Senza dubbio, ma quei massacri sono perpetrati nel centro e in parte nel nord del Paese, non a Nassirya, che è a sud e dove, dalla tragica strage di 19 italiani due anni fa, la situazione è sostanzialmente stabile. Violenze? Poche e le autorità controllano con crescente sicurezza il territorio. La nostra missione, sul terreno, può dirsi in fase di esaurimento. E se non ci saranno sorprese lo sarà alla fine del 2006, probabilmente anche prima. Dunque, perché rimanere?
E veniamo al secondo punto. Annunciare ora il ritiro rappresenta un tradimento dell’intesa con gli Usa? Certamente no. L’uscita verrà concordata con gli Alleati ed è in linea con gli accordi presi: noi li abbiamo rispettati, ora tocca a Washington fare altrettanto evitando nuove richieste, che infatti non sono state avanzate.
Infine: la nostra è stata una missione di pace. Proprio il confronto con la Gran Bretagna lo dimostra: gli inglesi parteciparono all’offensiva militare, noi no. I nostri soldati arrivarono dopo la fine formale delle operazioni belliche, nel giugno del 2003, quando gli atti terroristici erano ancora saltuari. Certo i nostri metodi sono stati talvolta energici, ma per far fronte all’emergenza seguita alla morte dei 19 ragazzi. È stata più un’autodifesa che un’offesa. E senza mai mancare di rispetto, come dimostrano gli attuali eccellenti rapporti con le autorità e la gente di Nassirya. Non c’è rancore nei confronti dell’Italia.
Ecco perché il nostro ritiro è degno e legittimo.
marcello.foa@ilgiornale.it