Missoni: «Facciamo gli arabi ma non abbiamo il petrolio»

I l saluto potrebbe essere una regola di vita. «Mi raccomando, usa bene gli aggettivi». Ottavio Missoni è un simbolo di quell’Italia vecchio stile, anche nei comportamenti, che non ritroviamo più. È un «omo de mar», uno stilista e un ex atleta. Uno abituato alla gara, vincere, perdere, non mollare. Anche oggi, che sta per compiere 87 anni e non ha ancora messo nel cassetto la voglia del competere. Quest’anno si è presentato ai campionati master di Riccione. Lo ricorda con un sorriso e un pizzico di vanità. «Dico sempre categoria under 90, anziché over 85. Suona meglio». Parla dell’Italia come di una terra che gli appartiene per scelta e un po’ lo fa soffrire.
Missoni dove stiamo andando?
«Rispondo con una battuta. Non ho fatto il liceo, ma ricordo quell’epoca di Roma di cui si diceva: mala tempora currunt. Ecco, ci risiamo».
Ovvero siamo in un paese che fa vergognare?
«Io penso ci siano tante cose che piacciono di questo paese. Sono italiano per scelta, di adozione. Nasco sulla costa dalmata, a Ragusa, e ho il passaporto italiano. Quando chiedo a uno: cosa sei? Quello mi risponde italiano di Pisa. Grazie, è chiaro che sei italiano. Ma noi, gente di confine, siamo diversi, non è sempre la stessa cosa. Ho avuto diverse possibilità di emigrare, in tanti paesi felici. Ma non mi ha mai preso l’idea di andare via. La mia Italia corre sui 430 km che vanno da Milano a Trieste ed è fra le più belle del mondo».
Però diamo una brutta immagine...
«Uso un’altra battuta che non è mia, ma di Gianni Brera. Durante i mondiali in Germania, quelli della finale Germania-Olanda nel 1974, i giornalisti tedeschi presero a intervistarlo sul calcio. Poi spostarono il tiro su questioni italiane socio- economiche. Gianni, che era svelto di intuito, gliela raccontò con una sola frase: siamo un paese arabo, ma senza petrolio. E non diede altre spiegazioni. Trent’anni dopo vale ancora».
All’estero ci vedono male, abbiamo preso sberle dal Financial Times, dal New York Times. Un bel tiro a segno...
«Non è così vero. Vado in giro per il mondo e l’italiano sostanzialmente non è visto male. In generale facciamo simpatia. Certo dovremmo lavarci i panni sporchi in casa. Ma è vero che tutti vedono quel che noi vediamo: qui non funziona niente. Ti salva solo la nostra provincia. Non dico tutta. Ho girato un po’: Marche, Veneto, Piemonte. Dico Ascoli, Treviso, anche Varese. Ci sono straordinari personaggi che conducono ottime aziende. Ricordiamoci che oggi non è facile amministrare».
Oggi più difficile di ieri?
«Non da oggi, ma da sempre. Non seguo la politica, ma quello che succede nella realtà. Venti-trent’anni fa, la scuola non funzionava, la sanità pubblica non è mai andata bene, non parliamo dei trasporti. Cosa è cambiato? Sembra non sia passato il tempo».
Gli altri ci possono insegnare?
«Il paragone con certi paesi non regge. Vedo come funziona la sanità in Inghilterra... Gli svizzeri non mi stanno simpatici, ma per curarmi preferirei andare da loro piuttosto che in Italia. C’è qualcosa, nella contabilità, che non mi torna. Noi siamo pieni di cultura. Cultura e cosa d’altro? Ho tanti amici di ogni città, ricchi di cultura. Ma se guardo l’Italia in Europa vedo che ci stanno davanti Svezia, Norvegia, Germania. Ora ci sta superando anche la Spagna... ».
Noi abbiamo la munnezza di Napoli e altre delikatessen...
«Stiamo dando spettacolo, da vergognarsi. Ma non è un fatto amministrativo. Perché cambiano i governi, girano le idee, ma è la struttura che non cambia. La burocrazia, sempre quella. Immobile. Le ferrovie sono un disastro da sempre. Ce lo ripetiamo ogni volta. E non si vedono miglioramenti».
Ci sarà, prima o poi, uno spiraglio di luce?
«Penso di sì. Più vai giù, vai male, male, male. Peggio non si può andare. Si può solo migliorare. Il paese ha risorse, Bisogna amministrarle. Anche se governare l’Italia è un mestiere difficile».
Sembra un momento complessivamente difficile...
«Anche politicamente è un momento difficilissimo. Vedo questo grande spettacolo, come un fatto teatrale. Non saprei cosa fare. Le racconto un fatto vero. Un giorno incontro un mio amico, storico di sinistra, una brava persona, e gli chiedo: come va? Mi dice: come tu sai io non sono di destra, ma questa sinistra non mi piace. Qualche tempo dopo parlo con un mio amico, anche lui uno storico, ma di destra, e mi dice testuale: tu sai che io non sono di sinistra, ma questa destra non mi piace. Capito? E ne trovo tanti in questa posizione. È tutto un punto interrogativo».
C’è qualcosa che ci può salvare?
«Ripeto: il nostro è un paese che ha dimostrato di avere molte risorse. Tante volte ci ha salvato la sana provincia e spero ci salvi ancora. I piccoli e medi imprenditori sono persone straordinarie».
Senta Missoni, lei ha nel Dna personale moda e sport: forse due mondi che ancora illustrano un’Italia meno deprimente?
«Io nella moda sono un po’ anomalo. Però mi sembra che, nel mondo, la nostra moda vada bene. Siamo in prima fila da 15-20 anni, la moda italiana funziona».
Fa immagine positiva?
«La moda ha un’immagine ottima, a parte i fatturati che ci sono e non ci sono. È un fatto trainante. Parlare di moda in crisi fa ridere. È come il caviale, mai in crisi. Va in crisi, se ci va, il tonno in scatola. La moda è come la Ferrari, la Ducati: immagini trainanti dell’Italia».
Anche nello sport abbiamo preso sberloni per certi comportamenti...
«Certo, non siamo al top. Ma quel poco di bello e buono che abbiamo, ci salva. Ci salva ancora la provincia dove avvengono i miracoli. Dico Jesi, tanto per citare, e penso alla scherma con campionesse come Vezzali, Trillini e compagnia. Siamo specialisti in questo tipo di miracoli».
Bene, allora lei che è uno stilista con il piacere del colore, degli accostamenti che identificano qualcosa, scelga un colore che rappresenti questa Italia di oggi?
«Guardi, il colore italiano resta l’azzurro: è il più bello. Stupendo, non ce ne sono altri così. Anche se non dimentico quelli della nostra bandiera: rosso come amore, bianco come fede, verde come speranza. In questi colori è detto tutto».