Mister Aurora: "Sulle tasse l'esempio di Francia e Svizzera"

«Gli studi di settore erano la sconfitta dello Stato, “normalizzavano”
quanto alcune categorie dovessero versare in tasse perché il Paese non
era in grado di determinarlo con certezza»: Cesare Verona, che guida
insieme al padre Franco l’azienda di famiglia Aurora, boccia senza
appello l’approccio tenuto dal fisco verso il cosiddetto “popolo delle
partite Iva”

«Gli studi di settore erano la sconfitta dello Stato, “normalizzavano” quanto alcune categorie dovessero versare in tasse perché il Paese non era in grado di determinarlo con certezza»: Cesare Verona, che guida insieme al padre Franco l’azienda di famiglia Aurora, boccia senza appello l’approccio tenuto dal fisco verso il cosiddetto “popolo delle partite Iva”. «La sentenza della Corte di cassazione rappresenta quindi una doppia sconfitta per il nostro Paese», incalza Verona che in questi giorni è a Istanbul per favorire la penetrazione all’estero di una realtà simbolo del made in Italy. Aurora esporta il 45% del fatturato.
Dottor Verona, perché gli studi di settore erano così invisi?
«L’Italia è un Paese diviso in due tra i lavoratori dipendenti e i liberi professionisti che gli studi di settore tassavano con una “presunzione di reddito”, direi quasi “una presunzione di colpevolezza”».
Eppure le medie previste sembravano oggettivamente basse?
«È vero, e alcune categorie se ne avvantaggiavano ma conosco persone che pur non rientrando nei parametri previsti, preferivano adeguarsi per evitare problemi e sanzioni».
Scorrendo le statistiche resta però l’impressione che qualcosa non funzioni sul fronte dei redditi dichiarati dagli italiani...
«Concordo sul fatto che alcuni valori sono inammissibili. In Italia c’è almeno un 15%, forse il 20% del prodotto interno lordo che non è ufficiale ma permette ai cittadini di vivere meglio di quanto non dimostrino le statistiche. Mi riferisco qui al sommerso, escluse le attività criminose».
Allora il fisco come può scovare gli evasori?
«Questa è la difficoltà. Gli studi di settore erano un modo forfettario per portare a casa i soldi con la logica “pochi o tanti, maledetti e subito”. Alla base c’è però un problema di efficienza, bisogna costruire un fisco in grado di dialogare con le persone e che non si ponga in modo borbonico».
Quindi come si può rimediare?
«Affinando gli studi di settore oppure percorrendo strade simili a quelle scelte da Francia e Svizzera, dove il rapporto con il fisco è più trasparente. In Italia anzichè essere lo Stato a porsi al servizio del cittadino è quest’ultimo a doversi mettere al servizio della sovrastruttura. Ultimamente la situazione è comunque molto migliorata».
Parliamo di Aurora: il gruppo come ha affrontato la crisi? Come chiuderà l’anno?
«È già stato un successo essere sopravvissuti. Il 2009 è stato difficile e credo sarà arduo anche il prossimo anno, ma dal 2011 la situazione migliorerà. In ogni caso abbiamo deciso di continuare a produrre in Italia perché rinunciare al made in Italy per un Paese manifatturiero come il nostro sarebbe un suicidio».
Quindi condivide la battaglia dei “Contadini del tessile” per tutelare i prodotti completamente italiani contro la delocalizzazione di alcune grandi griffe?
«Certamente. Vedo con favore anche l’introduzione di una completa certificazione della filiera per un made in Italy al 100 per cento».